Ascesa

Il sentiero s’inerpicava verso il cielo quasi a presagire ciò che di lì a poco Edo avrebbe incontrato. Non conosceva il motivo che l’aveva spinto a muoversi, proprio quel giorno, tanto in fretta. Sentiva solo l’impellente necessità di farlo, subito. Mesi di spossatezza senza apparente causa trascorrevano pesanti. Poi, improvvisa, la decisione. Doveva vedere cose c’era di là. Prima non gli era mai interessato. Gli bastava la sua vita, le poche ma forti certezze alle quali si era abituato negli anni. Non che fosse una vita piatta, tutt’altro, tuttavia non vi era mai stato lasciato molto spazio per l’imprevisto, per qualcosa che non fosse, se non inimmaginabile, almeno non pronosticabile.
Viveva da solo in una di quelle case d’inizio secolo, costruite quando le masse di commercianti, arricchitesi all’ombra della prima industrializzazione italiana, avevano deciso d’investire in abitazioni, “come quelle dei signori”, fuori porta. Sebbene fosse anch’egli figlio di commercianti, Edo non aveva mai sopportato il negozio di suo padre. Così, dopo essersi laureato in giurisprudenza e, con non troppa fatica, essere riuscito a passare l’esame di abilitazione alla professione forense, aveva trovato un buon posto presso uno di quegli studi che si occupano esclusivamente di cause risarcitorie. Nel senso che campano cacciando i risarcimenti assicurativi riconoscibili, con non poca fatica, a vittime di incidenti stradali, uno dei più grandi business del secolo. Non che gl’interessasse in particolar modo l’attività legale annessa, di certo però ne traeva svariati vantaggi, non ultimi la retribuzione e un rispettabile riconoscimento sociale che poteva sempre tornare utile.
Gli amici, pochi ma buoni, lo trovavano incredibilmente simpatico. Nel senso che anche loro non capivano come potesse essere simpatico uno fatto in quel modo. Nonostante ciò per tutti Edo era davvero un tipo “giusto”. Ascoltava chiunque avesse qualcosa da dirgli e per ognuno aveva sempre una parola, una parola detta talmente bene che, se anche dietro celava il nulla assoluto, ai più pareva come una verità universale. Magia della comunicazione, diceva.
Non esisteva argomento di cui non potesse sostenere la conversazione, anzi, di cui non potesse guidare lui stesso la conversazione. Dal pensiero platonico agli ultimi sistemi per la trasmissione cellulare non c’era tema o semplice ciarla che lo trovasse impreparato. Non era un gradasso, questo va detto. Edo Querci le cose le sapeva davvero. E poi non dava mai l’impressione di abusare della sua conoscenza, al contrario, la cosa non lo avvinceva affatto. Per lui il sapere e la facilità nell’apprendere erano una specie di semplice attributo che madre natura gli aveva donato, come l’altezza e gli occhi azzurri. Qualcuno sottolineava spesso questo suo lato cosicché “il Querci” finiva per essere anche definito “una persona molto intelligente”, con la emme di “molto” stirata e accentuata a sproposito. Aveva una tale personalità che alla fine si scontrava raramente e solo nelle occasioni in cui incrociava la strada con qualcuno altrettanto (in)formato e ostinato. E altrettanto temerario da affrontarlo. Insomma un altro folle. Sì perché se Edo mancava di qualcosa, quel qualcosa non era di certo la passione né, appunto, la lucida follia che ne consegue.
In qualsiasi sua attività c’era un pizzico di passione ma ce n’erano alcune che curava in modo speciale. Piaceri pubblici e privati, manifesti oppure occulti. In generale adorava viaggiare. La politica e l’economia erano i suoi grandi hobby. Assieme alle scommesse… Dell’arte non poteva fare a meno. Letture, quadri, musica, teatro, ovunque il genio dell’uomo avesse prodotto qualcosa che meritava di essere visto o sentito, lui era pronto a correre. Infine la più grande passione di tutte, le donne. Di quelle ne aveva avute molte e di tutti i tipi. Tranne una, le altre erano state poco più che un diversivo. Piacevoli e semplici increspature nella vita di colui che si sente sempre con il vento in poppa. Tranne una, appunto, Chiara. Lei era riuscita ad arrivare là dove nessuno era mai stato. Anzi, gli aveva fatto scoprire degli angoli, dei pertugi del suo essere, che lui stesso non sapeva di avere. Alla fine si era scoperto addirittura fragile, in balia dell’emozione prodotta dall’attesa di una stupida telefonata o anche da un incontro inaspettato. Si rese conto di essere persino geloso, un’esperienza che l’aveva sconvolto. Sembrava esistesse al mondo qualcuno, lei, più importante di lui stesso! A letto poi, era stato un festival. Anche quella storia tuttavia era durata giusto il tempo di una stagione, una di quelle stagioni moderne, che piove d’estate e fa caldo d’inverno. Insomma un casino finito com’era iniziato, con uno sguardo e un saluto.
Chi lo frequentava non avrebbe mai pensato che gli mancasse qualcosa, o qualcuno. Erano tutti convinti che una persona come Edo Querci fosse solo da invidiare. Nessuno poteva sapere della sua inquietudine, di quell’eterna insoddisfazione che lo rodeva ogni sera, un pezzettino per volta. Nessuno sapeva.
Così trascinava i suoi giorni. Fu allora, in un giovedì come tanti altri, che si decise. Si vestì adeguatamente per l’occasione e uscì. Non aveva molta strada da fare ma giunto ai piedi di quella salita si preoccupò seriamente. E se fosse arrivato troppo stanco? D’altra parte non aveva scelta, era lassù che doveva andare. Sul perché e sul quando, c’erano stati un sacco di dubbi, sul dove, nessuno. Fece una smorfia, si aggiustò gli occhiali da sole e s’incamminò. L’ascesa non fu semplice né veloce. Gli occorsero varie soste più o meno brevi. Ad ognuna un nuovo timore l’assaliva ma giunto finalmente alla cima, ritrovato subito il luogo familiare, dimenticò ogni cosa. Si tolse le scarpe e camminando lentamente sull’erba fresca si mise a cercare il punto giusto per passare. Edo non sapeva dov’era ma di sicuro l’avrebbe capito quando ci fosse stato accanto.
E così accadde. Sentì il richiamo e si fermò. Fu in quell’attimo inesauribile che si voltò per dare un ultimo sguardo al cielo e al sole che stava tramontando. Osservò meglio il panorama e riconobbe le colline attorno. Ascoltò gli animali che badavano alle loro solite occupazioni, aspirò avidamente tutta l’aria che potevano contenere i suoi polmoni e, realizzato che in fondo, forse, c’erano ancora troppe cose da fare, si godette la discesa.

Ascesaultima modifica: 2006-08-22T16:05:00+02:00da luk4.p
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