Il drago e la città

In pochi giorni era la terza volta che tornavo in quel giardino. L’inverno era davvero rigido, le giornate però erano illuminate da un sole tanto splendente che i colori diventavano così vividi da sembrare dipinti. All’inizio, tra le cinque panchine disposte a semicerchio verso il panorama della città, mi ero messo a sedere in quella di centro. Era l’unica libera. In teoria era anche la più fortunata per posizione, non fosse stato per la siepe mal potata che copriva gran parte della visuale. I raggi del sole, comunque alto all’orizzonte, mi colpivano con una tale forza che sembravano volermi ricaricare a forza la mente intorpidita dai troppi giorni di malessere. Mi sedetti e iniziai a leggere il libro che avevo comprato pensando a lei e che a lei avrei regalato proprio in quell’incontro. L’avevo scelto con cura. Doveva segnare l’inizio di un nuovo tratto di vita e non mi era parso ci fosse al momento niente di meglio.
Dopo mezz’ora la panchina alla mia sinistra era stata liberata dalla pesante presenza di una donna rumena che poco prima stava parlando al cellulare. Penso fosse rumena perché le uniche due parole che avevo percepito del suo dialogo erano state Firenze e Timisoara, città della Romania dove una volta doveva aver giocato in coppa Uefa anche la Fiorentina. Questo è ciò che io chiamo il lato pedagogico del calcio, nel senso che tramite il tifo per una squadra c’è chi ha avuto la possibilità di migliorare le proprie nozioni di geografia, storia e chissà cos’altro. Conosco persone che hanno capito che l’Inghilterra è veramente un’isola solo dopo esserci state a vedere la Champions League. Altri che invece hanno fatto i conti con la storia solo dopo essere stati a visitare la dura realtà di Auschwitz durante una trasferta in Polonia.
Mi spostai. Dalla nuova posizione si godeva di un panorama davvero stupendo. Sotto il breve pendio c’era la ferrovia e al di là di essa il giardino dell’Orticultura dove bambini, una marea di bambini, stavano rincorrendosi. Poi i tetti di Firenze, da Settignano a Novoli. Una macchia rossa interrotta ogni tanto dai veri Signori della città: Santa Croce e Palazzo Vecchio, i’ Domo e il Campanile, Pitti e il Cestello… All’orizzonte, a perdita d’occhio fin oltre il Chianti, le colline grigio verdi a sud della città. Panorama stupendo, quel giorno come ogni altro giorno dell’anno. E’ però quasi incredibile come il proprio stato interiore possa arrivare a modificare la percezione delle cose, anche di quelle belle come un quadro o una canzone o, appunto, un panorama, che sarebbero universalmente riconosciute, sempre, quali opere d’arte, umana o divina che sia. Nelle mie ultime visite infatti sotto di me avrebbero potuto esserci Alessandria o Udine e avrei provato sempre la stessa sensazione: indifferenza. Quel pomeriggio no. Quel pomeriggio sembrava tutto al po-sto giusto, aria, colori, odori… Tutto perfetto. Anche per un addio.
Avevo appena finito di leggere i primi due capitoli del libro quando lei arrivò. Era davvero bella, più di sempre. Forse per il sole o forse per l’aria. Forse proprio per il mio modo di vedere e sentire le cose e le persone quel giorno. Bella da far male. Dopo un breve saluto le detti il libro e la lettera che avevo scritto in due giorni, quando nient’altro riusciva ad alleviare il dolore che mi rodeva. Scriverle era stata la sola occupazione che era riuscita a distrarmi dai pensieri malinconici che mi affollavano, ingolfandola, la mente. Probabilmente era stato l’unico modo di surrogare un dialogo scomparso già da giorni. Quando l’avevo scritta non avevo realmente pensato di fargliela mai avere, poi gli eventi avevano deciso per me e donarle la lettera era diventato praticamente un dovere. In realtà quel breve scritto non aveva molto senso se si prendeva da un punto di vista di commiato. La fine della nostra storia era già stata decretata molte sere prima, quasi in quello stesso luogo, nel senso che il giardino come ogni sera era chiuso e quella volta la discussione era avvenuta fuori del cancello. Non c’era stato molto da precisare, lei era stata più che chiara. E non solo a parole. Quel suo soffio prolungato con la bocca, seguito dal semplice ma letale “io non ce la faccio più”, era stato più che sufficiente a chiarire quello che sarebbe accaduto di lì a poco. Ci vollero ancora solo un paio d’ore di parole e lacrime per sancire l’inesorabile epilogo.
Prese libro e lettera con curiosità ma le lessi sul volto una leggera ansia, come se si aspettasse un nuovo assalto che, sono certo, non mi avrebbe perdonato. Sfogliò la copertina del libro e letta la dedica si accese con un gran sorriso poi, con calma, passò alla busta. L’aprì e, con gli occhi che le si riempivano pian piano di lacrime, lesse tutte e quattro le pagine senza fiatare. Avevo cercato, e forse c’ero anche riuscito, di sintetizzare in quelle righe la storia di un amore sfortunato, del perché era nato, cresciuto e morto nell’arco di poche settimane lasciandomi un segno indelebile. Alla fine mi abbracciò, mi bagnò il collo con un lacrima e mi sussurrò un grazie che a dieci centimetri di distanza non avrei mai sentito. Forse, mi dissi, avevo scritto qualcosa di bello. Fine, l’atto era completo. Pochi attimi dopo ci eravamo già congedati, definitivamente, con un solo ciao. Mentre mi rimettevo a sedere sulla panchina guardandola allontanarsi sul suo motorino, dal nulla mi comparve accanto una ragazza. Aveva una sigaretta in mano e uno sguardo stampato sul bel viso che lasciava chiaramente intendere che stava cercando da accendere. Mi sorrise impaziente. Contraccambiai cordiale il sorriso e maldestramente le accesi la sigaretta. Pensai che forse quel giardino, in fondo, era comunque un posto fortunato baciato dagli dei. Alzai lo sguardo e dopo aver aspirato una lunga boccata d’aria, con il blocco e la matita in mano iniziai a scrivere qualcosa sui sogni, la vita e la sfida che ogni giorno siamo obbligati ad accettare.

Il drago e la cittàultima modifica: 2006-08-14T12:25:00+02:00da luk4.p
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Un pensiero su “Il drago e la città

  1. A volte non basterebbe leggere milioni di libri… magari un atlante e n libro di Storia… e avere buone scarpe. Un saluto… non sono avvezzo alle sviolinate, ma mi piace davvero quello che hai scritto…

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