Il barbone

 Il serbatoio della Mercedes esplose con un boato sordo. L’auto sobbalzò come se fosse stata strattonata dall’alto con una fune invisibile, quindi, avvolta dalle fiamme, si adagiò sui cerchi dei quattro pneumatici ormai distrutti. Dopo qualche secondo, la sagoma al posto di guida si accasciò sul volante.

Ritto, a distanza di sicurezza dalla carcassa, l’unico osservatore della scena attese che il rogo consumasse i resti dello sfortunato autista, quindi si voltò a guardare il corpo nudo di un uomo disteso ai suoi piedi. Con qualche sforzo lo trascinò per le braccia fino alla riva del fiume che, in piena, scorreva a pochi metri di distanza dallo spiazzo. Con una pedata fece rotolare il cadavere sull’argine, un attimo dopo l’acqua marrone l’aveva già ingoiato. La stessa fine fecero i vestiti e la videocamera che affondarono subito dopo infagottati in un cappotto.

Mentre dal cielo pesanti fiocchi di neve iniziavano a coprire la campagna circostante, l’uomo estrasse un cellulare dalla tasca e compose il 113. […]

(Il proseguo lo potete leggere su Pistoia in giallo)

Burocrazia

(un raccontino per le feste)

5947764-nei-meandri-della-burocrazia.jpg«Bene, mi faccia vedere».

L’uomo con la barba bianca si avvicinò, appoggiò la voluminosa scatola a terra e la aprì.

Palesemente scocciato, l’impiegato posò il panino che stava mangiando, guardò dentro e subito disse: «No, guardi, lei ha sbagliato ufficio. Deve andare prima al Piano Generale di Sviluppo e poi ai Progetti…»

«Ma ci sono già stato», lo interruppe l’uomo con la barba…

«Guardi, io non posso farci nulla. Provi allo Sviluppo Alternativo, allora», concluse l’impiegato.

Spossato, l’uomo con la barba andò all’ufficio Sviluppo Alternativo, da dove fu indirizzato alle Verifiche e quindi all’Economato. Dopo la pausa pranzo, entrò all’ufficio Esecuzioni e infine alla Segreteria della Presidenza dove ripeté, per l’ennesima volta, la sua presentazione.

Non era ancora arrivato a metà che il Segretario lo fermò: «Dia retta a me, lasci perdere».

«Dice?»

«Certo, sa quanti ce ne sono già a giro?»

«No».

«E poi, lei non ha rispettato le leggi».

«Quali leggi…» balbettò l’uomo con la barba.

«Quelle alla base di tutto il sistema. Se vuole può ricominciare da capo e…»

«Ma c’ho messo un’eternità ad arrivare fino a qui, non posso ricominciare dall’inizio, e poi ormai si è fatto tardi, tra poco è mezzanotte!»

«Veda lei, o lascia perdere, o ricomincia».

«Io pensavo…»

«Lei pensa troppo, caro il mio Lei. Alla sua età, poi… se lo lasci dire, pensi di meno, vedrà che bella la vita!»

«E se lo girassi?»

«Provi, ma deve ricominciare lo stesso».

«Parallelo?»

«Da capo».

«Da capo?»

«Sì».

«Arrivederci, allora».

«Arrivederla».

Appena fuori, l’uomo con la barba bianca cercò il primo cassonetto e gettò la scatola. Mentre si allontanava sulla sua slitta scuotendo la testa, tra sé e sé brontolò: «Mai più, non accetterò mai più una richiesta così! Un intero universo, ma ancora da brevettare, bah…»

Raccontami o Liva…

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Il rovescio è servito

1. La spesa

La foschia emersa dalla campagna con i primi raggi di sole stava già svanendo quando Saverio, allegro per quel giugno così promettente, uscì dal negozio per sistemare davanti alla vetrina le cassette con la frutta fischiettando il motivo che stava sentendo con l’Ipod.
Il montanaro gli comparve accanto alla solita maniera, come se sbucasse da un foro spazio temporale collocato proprio di fianco all’ingresso del fruttivendolo.
«Buongiorno».
«Buondì», rispose Saverio dopo un attimo di sorpresa impiegato a liberarsi gli orecchi.
Di un’età indefinibile per colpa della folta barba rossiccia che copriva il volto fino a metà zigomi, anche l’aspetto dell’uomo era sempre lo stesso: capelli castani lisci raccolti in una lunga coda; cappello nero tirato fin sulla fronte; giacca e pantaloni di fustagno che dovevano avere anni; scarponi di poco più giovani.
Ma non cambia mai questo?, pensò l’ortolano, quindi, indicando il paniere che l’altro teneva appeso all’avambraccio sinistro, chiese: «Funghi?»
L’uomo non rispose, ma lento alzò la frasca di castagno, che fungeva da coperchio, e svelò una nidiata di porcini talmente perfetti da sembrare finti.
«Accidenti che…» si trattenne Saverio, poi ricordò che quel tipo non aveva mai discusso sul prezzo, nemmeno una volta, e si rilassò. I funghi profumavano come se fossero stati appena colti; al tocco erano sodi come sassi.
«Belli, davvero belli. E sani. Dove li hai trovati?»
«Valbruna».
«In Valbruna? Sono anni che nessuno mi porta un fungo trovato lì, bravo… Quanti sono?»
«Quasi tre chili».
«Pochi, peccato, funghi così sono rari. Facciamo trenta per tutti?»
Il montanaro rifletté un paio di secondi, dopodiché annuì quasi impercettibile con il mento e offrì il paniere. Tre minuti più tardi era di nuovo scomparso nel suo universo parallelo.
Saverio mise da parte due funghi tra i meno appariscenti, Oggi frittino!, e dispose gli altri nella cassetta più esterna della sua esposizione di frutta e verdura, infine scrisse “30 euro al kg” su un cartoncino che incastrò tra le cappelle castano scuro.
Alle dieci la cassetta era già vuota. (continua)

 

Il resto sarà “servito” su carta 🙂

Ei fu, Dan (fucked) Brown

ripdan-brown.jpg?w=275&h=300Visto il successo ottenuto, eccovi i primi tre capitoli del raccontino che mi ha portato al podio di questo pseudoconcorso. Per capire di cosa si tratta e non impazzire cercando di comprendere da dove nasce la mia follia, dovreste leggere il bando e il testo da cui tutto ha avuto origine, in caso contrario, auguri.

Per sapere il resto e scoprire come va a finire dovrete aspettare che l’organizzatore del concorso abbia trovato un editore abbastanza folle da pubblicare i 10 racconti finalisti, oppure avrà deciso di non perdere più tempo a cercarlo.

ULTIMISSIME: Il libro si farà, preparatevi!

 

Dan Brown e il mistero della torre

***

 

I

 Venerdì 30 – sera

La scimmietta chiuse il cellulare e, con le lacrime agli occhi, annunciò: «Vale la regola dell’avventura. La Mamma è molto fiera di noi».

«Evvai!» urlarono tutte assieme.

«Bene, ora posso far esplodere l’elicottero?»

«E io posso andare ad Arcore?»

«Scrivo una poesia in memoria?»

«Eccomi, ho lasciato lo scalpo salato, Mamma ci saluta».

«Okay, okay, con calma… anzitutto: chi vuol fare a gara di sputi con me?»

 

 

ilogozioneta l’ riununcia all’ito per rinuncia II

Venerdì 30 – notte

C’era un piccione che lo guardava dal balcone della camera al piano superiore. Al collo, ben visibile, un cartiglio. Era di sicuro lui, il messaggero che aspettava. Come se quello fosse un gatto, l’uomo pronunciò un richiamo antropofelino di ottima qualità, il columbide però non si smosse neanche di un centimetro continuando a tubare tronfio per la propria superiorità di volatile. In pigiama a righe rosse e verdi, sudando l’uomo si arrampicò sull’edera che copriva l’intera facciata dell’hotel e raggiunse il postino alato. Da vicino il piccione non sembrava affatto un piccione, sembrava una… lo scalatore non fece a tempo a focalizzare l’essere che quello prese piume e cartiglio e se ne volò via. Protendendosi in un estremo tentativo di cattura, l’uomo in pigiama perse la presa e cadde.

Cadde.

Dan Brown si svegliò sbattendo la testa al comodino.

Una bottiglia vuota rotolò sul pavimento, rimanendo miracolosamente intatta.

«Fuck Swedish bedside table», si lamentò l’uomo toccandosi la fronte.

Un telefono stava squillando soffocato, Brown grugnì e alzò la cornetta. Il suono non cessò.

Con fatica lo scrittore si alzò e, seguendo il trillo, raggiunse il divanetto dov’era appoggiata una scatola aperta. Frugando diffidente all’interno, tra i trucioli di plastica dell’imballaggio trovò un cellulare che si illuminava a intermittenza diffondendo la suoneria dei vecchi telefoni a disco. Lo scrittore guardò sospettoso l’apparecchio per qualche secondo, Fuck Finnish cellular phone, poi premette un tasto e ascoltò.

«Mister Langdon?»

«No… Who’s speaking

«Mi scusi se la disturbo a quest’ora, mister Langdon, sono Maurizio Palloni, il direttore del Centro Mondiale di Ricerca sul Lardo di Colonnata… il lardo, il centro è a Carrara…»

«I’m not Langdon! What fuck… Ma che ora è?» chiese Brown con un ottimo italiano appena sporcato dal tipico accento del New Hampshire. Guardando l’orologio a cucù vide che erano le due e diciotto, P.M. or A.M.? Fuck German cuckoo clocks!

«Sono le due passate, mister Langdon», confermò l’altro senza però chiarirgli il dubbio sul post o l’ante meridian. «Abbiamo urgente bisogno del suo aiuto».

«Io non sono Langdon», scandì lo scrittore, «mi chiamo Brown, Dan Brown e Langdon è…»

«Lo so, è in incognito», lo interruppe bisbigliando Palloni, «non si preoccupi, non ne farò parola con nessuno, mister… Brown», disse l’italiano con una risatina, «Come copertura una volta voi americani usavate tutti Fabbro, ma devo riconoscere che anche Marrone non è male».

Dan Brown sospirò e dopo aver rimaledetto il suo agente europeo, Questa è l’ultima volta che mi porta in tour da queste parti… ma perché penso in italiano? Fuck Italian idiom, chiese: «Di chi è questo cellulare?»

«Suo, ovvio».

«Ma come… perché…»

«Amici comuni, amici mooolto importanti, mi hanno consigliato di contattarla così», il tono allusivo era chiaro, ma chi fosse l’oggetto dell’allusione rimase per Brown un’equazione a tre incognite: chi, come, perché.

«Okay», cedette, «mi dica cosa vuole signor… Pal?»

«…loni. Sì, abbiamo immediato bisogno di lei qui, a Pisa».

«A Pisa?»

«Sì, raddrizzandosi, la torre… lei ha saputo che ieri notte la torre si è raddrizzata da sola, vero?»

«Sì, ho visto qualcosa in televisione».

«Bene, raddrizzandosi la torre ha fatto emergere una pietra molto antica su cui sono iscritti dei simboli sconosciuti».

«E allora?»

«Allora, essendo lei, mister… Brown», risatina, «il più grande esperto mondiale di simbologia religiosa, abbiamo pensato di approfittarne. Quando sarà qui le spiegheremo meglio».

«Ma cosa c’entra la torre con il… lardo di Colonnata?»

«Capirà tutto quando sarà qui. Una nostra auto la sta aspettando davanti all’hotel, verrà?»

Brown si mise a sedere sul bordo del letto e si rese conto di essersi addormentato senza spogliarsi. But yeah, anyway these conferences are killing me, «Okay» concluse, cercando di scacciare il mal di testa.

«Perfetto! A tra poco».

Aprendo le tende della camera, lo scrittore vide le luci dei lungarni e il fiume scorrere placido nell’oscurità. Il traffico era inesistente e il solito via vai di persone sembrava il ricordo di un altro luogo. Di certo non erano le due del pomeriggio.

«Fuck Sassicaia Doc».

 

III

Martedì 27 – sera

Rino guardò la carica di plastico attaccata alla porta e sorrise.

«Non sarà troppo potente?» gli domandò Tino.

«Certo che no, questa è la quantità giusta per un botto senza danni collaterali, vedrai».

«Ma…»

«Fermi!» li bloccò Lina urlando tra un salto e l’altro nel lungo porticato. «Ho appena ricevuto un SMS dalla Mamma. Prima di rientrare a casa dobbiamo comprarle una gigantografia della Primavera del Botticelli, dice che le somiglia».

«Il Botticelli?»

«Ma no! La Primavera!»

«E allora?» chiesero in coro Rino, Tino e Pino, che con un Iphone modificato stava vincendo il campionato mondiale di Poker Hold ’em su internet.

«Allora? Ha detto comprare, vi sembra il caso di far saltare, lo stesso, il portone degli Uffizi?»

«Certo che sì, così le portiamo l’originale».

«Non se ne parla nemmeno».

«Uffa! Sei sempre la solita guastafeste», si lamentò Rino.

«E allora», intervenne Tino, «come facciamo a uccidere il nostro obiettivo davanti all’Annunciazione di Leonardo?»

Proprio in quel momento la porta si aprì, allarmate le quattro scimmiette si acquattarono rendendosi quasi invisibili. Un ombra si allungò all’esterno mostrando stagliata sul pavimento di pietra la siluette di una testa incorniciata tra due orecchi grandi come parabole satellitari.

«Dina!» gridarono tutti assieme.

Appena la scimmietta mise fuori la sua testolina da elefantino, i fratelli la circondarono.

«Come hai fatto a entrare?» domandò Rino.

«Dov’è Brown?» la incalzò Tino.

«Hai visto la Primavera?» la sondò Lina.

«Perdindirin Dina, mi hai fatto perdere l’ultima mano!» la offese Pino.

«Non lo so, mi spiace, sì, dal cesso», mescolò Dina.

«Accidenti! Brown dev’essere uscito dal corridoio Vasariano, chissà dove sarà adesso».

Nel gruppo mandato a caccia del noto romanziere americano, Lina era la più erudita. Non c’era libro che non avesse letto, quadro che non avesse visto, miasma che non avesse annusato. Una volta avevano tentato di ingannarla spacciando alcuni versi di una canzone di Eminem per un brano della Bibbia, ma lei aveva scoperto tutto all’istante: «Troppo incruenti e casti per essere veri». La sua passione nascosta erano le lingue morte, a volte passava ore e ore a meditarci sopra, molte altre invece le mangiava subito con l’insalata. Il gruppo “Brown” dipendeva da lei, oltre che per la conoscenza dei testi scritti dal romanziere, anche per la sua innata propensione alla guida: la Mamma si fidava così tanto di Lina che spesso le faceva condurre la sua auto, persino fuori dal garage.

«Niente botto, ho capito».

Rino era l’esperto di esplosivi, cucina cinese e fisica nucleare. Non c’era ordigno che non sapesse maneggiare o costruire. La sua specialità assoluta era la bomba H nell’involtino primavera, ma anche nella costruzione delle centrali a fissione fredda se la cavava bene, soprattutto quando ci riusciva fuori dal frigorifero di casa.

«Bene, allora adesso faccio crollare la borsa di New York».

Le capacità informatiche di Pino erano praticamente illimitate. I bit, i byte e i night non avevano segreti per lui. La rete tra tutti i super computer mondiali, che era riuscito a connettere di nascosto, gli permetteva possibilità di calcolo inimmaginabili. Era stato lui a scoprire che Dan Brown quella notte si sarebbe trovato all’interno degli Uffizi per assistere nella sala numero quindici, invitato da un discendente di Leonardo, a una cerimonia esoterica della Fratellanza Aramaica delle Volontà Evolute, le famose FAVE. Un’altra caratteristica di Pino era il camaleontismo. Grazie a una particolare conformazione genetica, la scimmietta poteva trasformarsi in chiunque volesse senza problemi, dal lombrico al presidente del consiglio, non c’era essere che non potesse riprodurre e sostituire. Proprio nei panni del premier… beh, avrete di certo sentito parlare delle notti con decine di giovani donne… ecco, diciamo che Pino ha dato più di uno spunto affinché si creasse il mito.

«Voglio vedere la Gioconda».

Tino non aveva particolari doti, ma faceva parte del gruppo per equilibrare l’aggressività troppo spiccata di tutti gli altri. Era davvero sensibile, sapeva cantare come un usignolo e amava i fiori, le farfalle e i bambini, soprattutto se cotti bene. Ogni nuovo oggetto, luogo, essere vivente, parola, rutto, erano per lui una scoperta affascinante a cui abbandonarsi senza riserve né droghe. La Mamma gli voleva un monte di bene anche perché appena nato, nella cucciolata del 30 aprile 2011 – il giorno di varo del progetto KYW – le sue prime parole erano state: «moccia cacca».

«E ora?»

Al di là dei padiglioni auricolari e del QI elevato, caratteristico della sua specie, Dina stentava in deduzione. Le sue qualità erano soprattutto fisiche e il cervello le serviva essenzialmente per coordinare i movimenti. Saltava così alto che una volta dovettero andare a riprenderla sul Cervino, dove la rintracciarono mentre chiedeva la strada di casa a uno stambecco. Nonostante i numerosi artefici adottati, ancora nessuno era riuscito a cronometrarla sui cento metri: correva talmente veloce che il suo tragitto tra la partenza e l’arrivo era dimostrabile solo con la fisica quantistica.

«E ora?» ripeterono tutti in coro, rivolti a Lina.

«Aspettiamo che il museo apra per comprare la gigantografia e non facciamo saltare in aria niente. Ah, la Gioconda non è qui. Mi pare tutto», concluse la scimmietta guida, «ora: chi vuol fare a gara di sputi con me?»

(continua)

Come sempre

Racconto breve, terzo classificato (a pari merito) nel concorso Nero Short – Incipit d’autore organizzato dal sito Nero Cafè. la prima parte è l’incipit uguale per tutti i concorrenti. Buona lettura!

****

Almeno cinquanta ospiti avevano visto Maria al party, mentre il marito veniva ucciso dall’altra parte della città. Maria aveva previsto proprio tutto, le doverose lacrime durante l’intervista della polizia, l’appropriata reazione alla notizia, il giusto dolore. Era stordita. Il suo mondo era finito. Non poteva essere consolata. Quando alla fine gli amici la lasciarono da sola di fronte alla sua insistenza, per riposare e piangere, lei si versò un drink, sospirò e finalmente si concesse un piccolo sorriso soddisfatto. Poi un colpo alla porta. Potrebbe essere lui. E volere i suoi soldi… ma Maria non li aveva.

Doveva prendere tempo.
Senza indugiare afferrò la borsa e uscì dalla villa sbucando nel parco sul retro.
Da qualche parte – un’autoradio? – i Beatles cantavano Come together.
Alla luce dei lampioni, le fronde degli alberi mosse dal vento creavano sul prato dei giochi d’ombra che le impedivano di controllare i passi.
«Maledetti», imprecò sottovoce contro i tacchi dodici delle scarpe.
Stava chinandosi per toglierle, quando una figura le si parò davanti.
«Ciao, Maria».
La voce era ammaliante, come sempre.
La donna ebbe un tremito, poi incontrò lo sguardo che la stava scrutando e deglutì.
Scappare era impossibile, allora fece il gesto di spolverare una inesistente macchia sulla gonna di seta e sussurrò: «Ciao, Fausto».
«Non è tardi per andare a spasso?» le chiese lui avvicinandosi.
Il profumo del dopobarba la avvolse in una spirale che Maria conosceva e temeva.
Il cuore le stava scoppiando.
Inchiodandola con lo sguardo, Fausto le mise una mano tra le gambe e, lento, le sfiorò l’interno coscia salendo fino allo slip.
Con le bocche quasi a contatto, Maria sentì il basso ventre contrarsi.
Quando lui strappò le mutandine con un colpo secco, lei era già eccitata.

«Domani, a mezzanotte. Con il mio denaro».
Distesa sul prato, Maria annuì muta mentre Fausto si allontanava.
Le ci vollero diversi minuti per riprendersi dalla paura e dall’orgasmo.
Avrebbe ucciso anche lei, lo sapeva.
A meno che…

Il suo piano era semplice.
Fausto sarebbe stato puntualissimo, come sempre.
Come sempre lui l’avrebbe subito presa con la forza, in quella sorta di rito perverso, tra eros e thanatos, nato assieme al contratto per l’omicidio di suo marito.
La pretesa del compenso sarebbe arrivata solo dopo: troppo tardi.
Durante lo “stupro”, lei gli avrebbe sparato con il piccolo revolver che suo marito le aveva regalato per difendersi proprio in casi come quello.
Agli agenti sarebbe apparsa sconvolta.
“No, non lo conoscevo. Mi ha sorpresa qui, da sola…” avrebbe dichiarato piangendo.
Legittima difesa.
Incubo finito.

La sera dopo, alle 23 e 57, Maria si alzò dal letto e scese nel salone.
Le luci della villa erano tutte spente. Davanti alla portafinestra spalancata, le tende ondeggiavano per la corrente d’aria.
Lucida, Maria sollevò il ricevitore telefonico e compose un numero.
«113, dica…»
«C’è qualcuno in casa mia, vi prego venite!»
«Signora si calmi e mi dica l’indi…»
«Aiuto! È qui!» gridò, interrompendo la comunicazione.
I poliziotti ci avrebbero messo un po’ a rintracciare la chiamata, ma poi sarebbero arrivati di corsa. Fiera della propria interpretazione, Maria si lasciò cadere sul divano; quindi nascose la Colt dietro a un cuscino. Il metallo freddo della pistola la rassicurò.

L’uomo entrò preannunciato dal rumore dei suoi passi.
«Fausto?»
«Sì».
Mentre lui avanzava nell’oscurità, Maria si accorse di essere in apnea.
Allora s’impose di dominarsi, ma quando lui la attirò a sé, capì che ormai era troppo tardi.

Raggiunsero l’orgasmo assieme, dopo un tempo indefinito.
Appena lui si sollevò, lei gli sorrise riconoscente.
E sparò.

Fu in quel momento che due poliziotti, come comparsi dal nulla, le puntarono addosso il fascio di una torcia e le intimarono di gettare l’arma.

Al suo processo per duplice omicidio, entrambi gli agenti ricordarono bene ciò che avevano udito quella notte. Nei secondi precedenti la loro irruzione, Maria era stata colpevolmente sincera:
«Dài amore mio… insieme, insieme! Come sempre!»

Camerati

Un racconto per ricordare, secondo classificato nella LX edizione di USAM, ora nella raccolta Guardie e ladri.

***

12 aprile 1944

I due uomini accanto alla fontana non dimostravano più di venticinque anni. Un terzo giovane fumava appoggiato alla Nuova Balilla 1100 nera, parcheggiata sul bordo della strada sterrata.
Sebbene tutti indossassero abiti civili e le loro voci – e quindi il loro idioma – non fossero udibili a chi li stava osservando, la pistola mitragliatrice MP 38 a tracolla di uno dei tre e l’automobile inconfondibile lasciavano pochi dubbi sulla loro identità.
Sotto le chiome dei castagni, i raggi del sole filtravano macchiando il terreno con forme luccicanti, repentine come folletti. Era uno splendido pomeriggio d’aprile, inaccostabile alla morte. Ma la morte non ha preferenze, né di tempo né di luogo.
La prima raffica di mitra, partita dalla macchia, stroncò la risata di uno di quelli alla fontana. Il compagno accanto a lui scomparve nel greto dell’Arno, che in quel punto era appena un torrente.
La seconda raffica freddò il terzo uomo mentre tentava di ripararsi dietro l’auto.
Quando i partigiani della brigata “Faliero Pucci” si avvicinarono con cautela a controllare i corpi, ebbero la conferma di aver ucciso due tedeschi delle SS.
Del terzo, fuggito lungo l’argine, persero le tracce nella boscaglia.

I

La canzone proveniente dalla radio a transistor era fastidiosa. Quel gruppo di capelloni, che le cronache dicevano originari di Liverpool, imperversava anche in Italia.
Altero Bassi non sopportava la musica moderna, tanto meno quella inglese.
Maledicendo la Gran Bretagna, gli Stati Uniti d’America, e tutti i loro abitanti, smorzò il volume. Anche la diffusione del rock and roll era una conseguenza della sconfitta, pensò.
Irritato, strappò il foglietto dell’11 aprile 1964 dal calendario appeso al muro e si sedette al piccolo tavolo di legno appoggiato sotto la finestra affacciata su via Maffìa.
La sedia impagliata si stava sfilacciando su un lato, doveva proprio sistemarla.
Arrivato dalla Spagna tre settimane prima, era stato fortunato a trovare subito quell’alloggio a poco prezzo. Era in un vecchio fabbricato popolare, ma aveva una cucina economica a legna con buon tiraggio, un fornelletto elettrico e un acquaio. Inoltre, particolare importante, il bagno comune era in fondo al corridoio del piano e non nel cortile.
Una stanza in San Frediano, il quartiere più malfamato e comunista di Firenze, per il momento era il massimo che si potesse permettere. Al pensiero di chi fossero i suoi vicini di casa sorrise.
Se solo avessero immaginato.

Nella luce brillante del pomeriggio, si accese l’ultima cicca del portasigarette e ricominciò a scrivere.

(continua)

– Il resto sarà pubblicato su carta –

Brevetto

«Bene, mi faccia vedere».
L’uomo con la barba si avvicinò, appoggiò la scatola a terra e la aprì.
L’impiegato guardò dentro e subito disse: «No, guardi, lei ha sbagliato ufficio. Deve andare prima al Piano Generale e poi ai Progetti…»
«Ma ci sono già stato», lo interruppe l’uomo con la barba.
«Guardi, io non posso farci nulla. Provi allo Sviluppo, allora», concluse l’impiegato.
Spossato, l’uomo con la barba andò all’ufficio Sviluppo, da dove fu indirizzato alle Verifiche e quindi all’Economato. Dopo la pausa pranzo, entrò all’ufficio Esecuzioni e infine alla Segreteria della Presidenza dove ripeté per l’ennesima volta la sua presentazione.
Dopo un po’ di tempo, il Segretario concluse: «Dia retta a me, lasci perdere».
«Dice?»
«Certo, sa quanti ce ne sono già a giro?»
«No».
«E poi, lei non ha rispettato le leggi.»
«Quali leggi…» balbettò l’uomo con la barba.
«Quelle alla base di tutto il sistema. Se vuole può ricominciare da capo e…»
«Ma c’ho messo un’eternità ad arrivare fino a qui, non posso ricominciare dall’inizio!»
«Veda lei, o lascia perdere, o ricomincia».
«Io pensavo…»
«Lei pensa troppo, caro il mio lei. Se lo lasci dire, pensi di meno, vedrà che bella la vita!»
«E se lo girassi?»
«Provi, ma deve ricominciare lo stesso».
«Parallelo?»
«Da capo».
«Da capo?»
«Sì».
«Arrivederci, allora».
«Arrivederla».
Appena fuori, l’uomo con la barba cercò il primo cassonetto e gettò la scatola. Mentre si allontanava si ripromise che non avrebbe mai più provato a brevettare un universo in vita sua.

(racconto presentato all’edizione di settembre 2010 del concorso Minuti Contati)

La guerra di dietro

Un altro raccontino nè horror, nè noir, nè pulp, nè (finalmente).

Se potete (e volete) commentate qui, thanks.

La nostra speranza

prima-guerra-mondiale-trincea.jpg

Dulce et decorum est
Bent double, like old beggars under sacks,
Knock-kneed, coughing like hags, we cursed through sludge,
Till on the haunting flares we turned our backs,
And towards our distant rest began to trudge.
Men marched asleep. Many had lost their boots,
But limped on, blood-shod. All went lame, all blind;
Drunk with fatigue; deaf even to the hoots
Of gas-shells dropping softly behind.

Gas! Gas! Quick, boys! An ecstasy of fumbling,
Fitting the clumsy helmets just in time,
But someone still was yelling out and stumbling
And floundering like a man in fire or lime.
Dim through the misty panes and thick green light,
As under a green sea, I saw him drowning.
In all my dreams, before my helpless sight,
He plunges at me, guttering, choking, drowning.

If in some smothering dreams, you too could pace
Behind the wagon that we flung him in.
And watch the white eyes writhing in his face,
His hanging face, like a devil’s sick of sin;
If you could hear, at every jolt, the blood
Come gargling from the froth-corrupted lungs,
Obscene as cancer, bitter as the cud
Of vile, incurable sores on innocent tongues,
My friend, you would not tell with such high zest
To children ardent for some desperate glory,
The old Lie: Dulce et decorum est
Pro patria mori
.

Amico mio, non ripeteresti con tanto compiaciuto fervore

a fanciulli ansiosi di farsi raccontare gesta disperate,

la vecchia Menzogna: Dulce et decorum est

Pro patria mori*.

 

(*E’ dolce e decoroso

morire per la tua Patria)