Una recensione coi fiocchi

stilo_2563.jpg“Ok, lo ammetto, sono di parte. Conosco l’autore, e avevo avuto modo di apprezzare la sua creatività e forza di immaginazione, anche se in campi diversi dalla scrittura. In più, ha un’esperienza nel settore della giustizia, di cui non è possibile non accorgersi leggendo la raccolta.
Infatti è proprio la giustizia il filo conduttore di questi racconti diversissimi per trame, caratterizzazione dei personaggi, ambientazioni, colori, emozioni, registri. La giustizia declinata in tutte le sue possibili angolazioni, in tutti i suoi significati storici, politici e morali, da quello più elevato a quello più spicciolo e farsesco. Chi ama davvero il diritto del resto sa che esso ha mille sfaccettature, pur tendendo verso lo stesso, unico fine da millenni: la ricerca della verità.
Quindi in questi racconti c’è la tenacia di chi cerca quotidianamente di far luce sulle storie più improbabili e apparentemente intricate (Stalkers), e c’è il sogno ingenuo dei simpatici delinquentelli Ciuga e Gange, che affascinati dai fatti di cronaca costruiscono castelli in aria su un futuro criminale ad alto livello: se c’è stata la P2, la P3, la P4, perchè non può esserci anche la pi cinque? Ci sono poi i racconti più spiccatamente” gialli”, quelli, per intendersi, in cui l’obiettivo del lettore è individuare il colpevole: nel caso del “Concerto per balletto” (racconto originalissimo) a questa ricerca si accompagna una piacevolissima cadenza musicale, e nel caso de “Il rovescio è servito”, invece, ci sono degli intermezzi “mangerecci” ironici e fantasiosi.
C’è anche lo zelo dello sgangherato Ispettore Vegliardi, protagonista di due racconti surreali in cui è davvero difficile riuscire a capire quale sia il punto di vista da cui guardare le assurde vicende. Forse, come al solito, la cosa migliore è immergersi e provare a guardare le cose dal punto di vista dell’improbabile Vegliardi, anche se sembra di guardare un film 3d senza occhialini.
Ma la giustizia non è sempre divertente, e il clima non è sempre quello surreale di Vegliardi o quello, tutto sommato familiare, dei piccoli paesi di montagna. Del resto, proprio in questi piccoli paesi si sono consumate stragi sanguinose e troppo spesso dimenticate, come quella di Vallucciole che mi tocca da vicino, perché conosco i luoghi, come tutti i toscani, e perché i temi della Resistenza mi sono cari. Per forza di cose, quindi, “Camerati” è il mio racconto preferito. Ho immaginato Altero (e quale nome migliore per un ex fascista?) mentre sale la scalinata di San Miniato, con il viso rivolto a un sole primaverile ancora acerbo ma ricco di promesse e speranze, e una rinnovata voglia di vivere nelle gambe, nelle mani. Salire la scalinata è come salire il patibolo, e lui lo sa, ma il senso di libertà che lo anima è più alto di qualsiasi altra cosa abbia mai provato, e per la prima volta in decenni sente qualcosa dentro di sé sciogliersi, renderlo leggero come l’aria che respira, dissipare anni di polverose e inquiete riflessioni, di tormenti e garbugli. Ed ho immaginato le pur non raccontate lacrime del vecchio partigiano che leggerà la lettera. Anche lui si sentirà meno solo, e una volta tanto, la Giustizia della storia sarà fatta.
La raccolta dà poi spazio a tante altre voci spesso inascoltate: ci sono quelle di chi combatte contro una gerarchia sociale difficile da sovvertire nelle aule di tribunale. Penso all’amaro “L’appello”: quale destino ha un popolo che non crede alle istituzioni?. Ma ci sono anche nemici ancora più pericolosi perché invisibili, intoccabili, impunibili e impuniti, punte di iceberg contro cui la nostra frustrazione si scontra così spesso da farci, quasi tutti, cadere nella disillusione, nella rassegnazione (“Progetto Galileo” e soprattutto “Ordine pubblico”). La resistenza a questa apatia è un dovere che pochi si sentono di assolvere, e a cui tanti rinunciano prima ancora di aver cominciato..
Ultima cosa prima di chiudere. In tutti i racconti sembra di immergersi nella realtà narrata, le “scene” sono nitide e precise, pur senza essere descritte nei dettagli, a volte sembra di sfiorare certe immagini, come (uno su tutti) il vestito di seta verde scuro di Azadeh mentre si prepara prima di uscire, il fruscio che fa in una casa in cui lei, e lo si comprende bene ma non si sa come, è estranea. Ma nell’ultimo racconto, che secondo me è pazzesco, si va oltre, perché ciò che si immagina è un tumulto interiore, sensazioni di infinita angoscia che si riflettono all’esterno, nell’autostrada deserta e buia, nell’autogrill abbandonato, nei cartelli stradali che indicano destinazioni irreali. Mi ha fatto venire in mente la scena in macchina di “Lost Highway” di David Lynch, una discesa allucinatoria nell’inferno da cui non si riesce a staccare gli occhi fino alla fine. E, visto che è uno dei miei film preferiti, ho decisamente detto tutto.”

Cosa mai potrei aggiungere?

Grazie, Betta.

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Una recensione coi fiocchiultima modifica: 2013-06-05T13:53:00+00:00da luk4.p
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