Ei fu, Dan (fucked) Brown

ripdan-brown.jpg?w=275&h=300Visto il successo ottenuto, eccovi i primi tre capitoli del raccontino che mi ha portato al podio di questo pseudoconcorso. Per capire di cosa si tratta e non impazzire cercando di comprendere da dove nasce la mia follia, dovreste leggere il bando e il testo da cui tutto ha avuto origine, in caso contrario, auguri.

Per sapere il resto e scoprire come va a finire dovrete aspettare che l’organizzatore del concorso abbia trovato un editore abbastanza folle da pubblicare i 10 racconti finalisti, oppure avrà deciso di non perdere più tempo a cercarlo.

ULTIMISSIME: Il libro si farà, preparatevi!

 

Dan Brown e il mistero della torre

***

 

I

 Venerdì 30 – sera

La scimmietta chiuse il cellulare e, con le lacrime agli occhi, annunciò: «Vale la regola dell’avventura. La Mamma è molto fiera di noi».

«Evvai!» urlarono tutte assieme.

«Bene, ora posso far esplodere l’elicottero?»

«E io posso andare ad Arcore?»

«Scrivo una poesia in memoria?»

«Eccomi, ho lasciato lo scalpo salato, Mamma ci saluta».

«Okay, okay, con calma… anzitutto: chi vuol fare a gara di sputi con me?»

 

 

ilogozioneta l’ riununcia all’ito per rinuncia II

Venerdì 30 – notte

C’era un piccione che lo guardava dal balcone della camera al piano superiore. Al collo, ben visibile, un cartiglio. Era di sicuro lui, il messaggero che aspettava. Come se quello fosse un gatto, l’uomo pronunciò un richiamo antropofelino di ottima qualità, il columbide però non si smosse neanche di un centimetro continuando a tubare tronfio per la propria superiorità di volatile. In pigiama a righe rosse e verdi, sudando l’uomo si arrampicò sull’edera che copriva l’intera facciata dell’hotel e raggiunse il postino alato. Da vicino il piccione non sembrava affatto un piccione, sembrava una… lo scalatore non fece a tempo a focalizzare l’essere che quello prese piume e cartiglio e se ne volò via. Protendendosi in un estremo tentativo di cattura, l’uomo in pigiama perse la presa e cadde.

Cadde.

Dan Brown si svegliò sbattendo la testa al comodino.

Una bottiglia vuota rotolò sul pavimento, rimanendo miracolosamente intatta.

«Fuck Swedish bedside table», si lamentò l’uomo toccandosi la fronte.

Un telefono stava squillando soffocato, Brown grugnì e alzò la cornetta. Il suono non cessò.

Con fatica lo scrittore si alzò e, seguendo il trillo, raggiunse il divanetto dov’era appoggiata una scatola aperta. Frugando diffidente all’interno, tra i trucioli di plastica dell’imballaggio trovò un cellulare che si illuminava a intermittenza diffondendo la suoneria dei vecchi telefoni a disco. Lo scrittore guardò sospettoso l’apparecchio per qualche secondo, Fuck Finnish cellular phone, poi premette un tasto e ascoltò.

«Mister Langdon?»

«No… Who’s speaking

«Mi scusi se la disturbo a quest’ora, mister Langdon, sono Maurizio Palloni, il direttore del Centro Mondiale di Ricerca sul Lardo di Colonnata… il lardo, il centro è a Carrara…»

«I’m not Langdon! What fuck… Ma che ora è?» chiese Brown con un ottimo italiano appena sporcato dal tipico accento del New Hampshire. Guardando l’orologio a cucù vide che erano le due e diciotto, P.M. or A.M.? Fuck German cuckoo clocks!

«Sono le due passate, mister Langdon», confermò l’altro senza però chiarirgli il dubbio sul post o l’ante meridian. «Abbiamo urgente bisogno del suo aiuto».

«Io non sono Langdon», scandì lo scrittore, «mi chiamo Brown, Dan Brown e Langdon è…»

«Lo so, è in incognito», lo interruppe bisbigliando Palloni, «non si preoccupi, non ne farò parola con nessuno, mister… Brown», disse l’italiano con una risatina, «Come copertura una volta voi americani usavate tutti Fabbro, ma devo riconoscere che anche Marrone non è male».

Dan Brown sospirò e dopo aver rimaledetto il suo agente europeo, Questa è l’ultima volta che mi porta in tour da queste parti… ma perché penso in italiano? Fuck Italian idiom, chiese: «Di chi è questo cellulare?»

«Suo, ovvio».

«Ma come… perché…»

«Amici comuni, amici mooolto importanti, mi hanno consigliato di contattarla così», il tono allusivo era chiaro, ma chi fosse l’oggetto dell’allusione rimase per Brown un’equazione a tre incognite: chi, come, perché.

«Okay», cedette, «mi dica cosa vuole signor… Pal?»

«…loni. Sì, abbiamo immediato bisogno di lei qui, a Pisa».

«A Pisa?»

«Sì, raddrizzandosi, la torre… lei ha saputo che ieri notte la torre si è raddrizzata da sola, vero?»

«Sì, ho visto qualcosa in televisione».

«Bene, raddrizzandosi la torre ha fatto emergere una pietra molto antica su cui sono iscritti dei simboli sconosciuti».

«E allora?»

«Allora, essendo lei, mister… Brown», risatina, «il più grande esperto mondiale di simbologia religiosa, abbiamo pensato di approfittarne. Quando sarà qui le spiegheremo meglio».

«Ma cosa c’entra la torre con il… lardo di Colonnata?»

«Capirà tutto quando sarà qui. Una nostra auto la sta aspettando davanti all’hotel, verrà?»

Brown si mise a sedere sul bordo del letto e si rese conto di essersi addormentato senza spogliarsi. But yeah, anyway these conferences are killing me, «Okay» concluse, cercando di scacciare il mal di testa.

«Perfetto! A tra poco».

Aprendo le tende della camera, lo scrittore vide le luci dei lungarni e il fiume scorrere placido nell’oscurità. Il traffico era inesistente e il solito via vai di persone sembrava il ricordo di un altro luogo. Di certo non erano le due del pomeriggio.

«Fuck Sassicaia Doc».

 

III

Martedì 27 – sera

Rino guardò la carica di plastico attaccata alla porta e sorrise.

«Non sarà troppo potente?» gli domandò Tino.

«Certo che no, questa è la quantità giusta per un botto senza danni collaterali, vedrai».

«Ma…»

«Fermi!» li bloccò Lina urlando tra un salto e l’altro nel lungo porticato. «Ho appena ricevuto un SMS dalla Mamma. Prima di rientrare a casa dobbiamo comprarle una gigantografia della Primavera del Botticelli, dice che le somiglia».

«Il Botticelli?»

«Ma no! La Primavera!»

«E allora?» chiesero in coro Rino, Tino e Pino, che con un Iphone modificato stava vincendo il campionato mondiale di Poker Hold ’em su internet.

«Allora? Ha detto comprare, vi sembra il caso di far saltare, lo stesso, il portone degli Uffizi?»

«Certo che sì, così le portiamo l’originale».

«Non se ne parla nemmeno».

«Uffa! Sei sempre la solita guastafeste», si lamentò Rino.

«E allora», intervenne Tino, «come facciamo a uccidere il nostro obiettivo davanti all’Annunciazione di Leonardo?»

Proprio in quel momento la porta si aprì, allarmate le quattro scimmiette si acquattarono rendendosi quasi invisibili. Un ombra si allungò all’esterno mostrando stagliata sul pavimento di pietra la siluette di una testa incorniciata tra due orecchi grandi come parabole satellitari.

«Dina!» gridarono tutti assieme.

Appena la scimmietta mise fuori la sua testolina da elefantino, i fratelli la circondarono.

«Come hai fatto a entrare?» domandò Rino.

«Dov’è Brown?» la incalzò Tino.

«Hai visto la Primavera?» la sondò Lina.

«Perdindirin Dina, mi hai fatto perdere l’ultima mano!» la offese Pino.

«Non lo so, mi spiace, sì, dal cesso», mescolò Dina.

«Accidenti! Brown dev’essere uscito dal corridoio Vasariano, chissà dove sarà adesso».

Nel gruppo mandato a caccia del noto romanziere americano, Lina era la più erudita. Non c’era libro che non avesse letto, quadro che non avesse visto, miasma che non avesse annusato. Una volta avevano tentato di ingannarla spacciando alcuni versi di una canzone di Eminem per un brano della Bibbia, ma lei aveva scoperto tutto all’istante: «Troppo incruenti e casti per essere veri». La sua passione nascosta erano le lingue morte, a volte passava ore e ore a meditarci sopra, molte altre invece le mangiava subito con l’insalata. Il gruppo “Brown” dipendeva da lei, oltre che per la conoscenza dei testi scritti dal romanziere, anche per la sua innata propensione alla guida: la Mamma si fidava così tanto di Lina che spesso le faceva condurre la sua auto, persino fuori dal garage.

«Niente botto, ho capito».

Rino era l’esperto di esplosivi, cucina cinese e fisica nucleare. Non c’era ordigno che non sapesse maneggiare o costruire. La sua specialità assoluta era la bomba H nell’involtino primavera, ma anche nella costruzione delle centrali a fissione fredda se la cavava bene, soprattutto quando ci riusciva fuori dal frigorifero di casa.

«Bene, allora adesso faccio crollare la borsa di New York».

Le capacità informatiche di Pino erano praticamente illimitate. I bit, i byte e i night non avevano segreti per lui. La rete tra tutti i super computer mondiali, che era riuscito a connettere di nascosto, gli permetteva possibilità di calcolo inimmaginabili. Era stato lui a scoprire che Dan Brown quella notte si sarebbe trovato all’interno degli Uffizi per assistere nella sala numero quindici, invitato da un discendente di Leonardo, a una cerimonia esoterica della Fratellanza Aramaica delle Volontà Evolute, le famose FAVE. Un’altra caratteristica di Pino era il camaleontismo. Grazie a una particolare conformazione genetica, la scimmietta poteva trasformarsi in chiunque volesse senza problemi, dal lombrico al presidente del consiglio, non c’era essere che non potesse riprodurre e sostituire. Proprio nei panni del premier… beh, avrete di certo sentito parlare delle notti con decine di giovani donne… ecco, diciamo che Pino ha dato più di uno spunto affinché si creasse il mito.

«Voglio vedere la Gioconda».

Tino non aveva particolari doti, ma faceva parte del gruppo per equilibrare l’aggressività troppo spiccata di tutti gli altri. Era davvero sensibile, sapeva cantare come un usignolo e amava i fiori, le farfalle e i bambini, soprattutto se cotti bene. Ogni nuovo oggetto, luogo, essere vivente, parola, rutto, erano per lui una scoperta affascinante a cui abbandonarsi senza riserve né droghe. La Mamma gli voleva un monte di bene anche perché appena nato, nella cucciolata del 30 aprile 2011 – il giorno di varo del progetto KYW – le sue prime parole erano state: «moccia cacca».

«E ora?»

Al di là dei padiglioni auricolari e del QI elevato, caratteristico della sua specie, Dina stentava in deduzione. Le sue qualità erano soprattutto fisiche e il cervello le serviva essenzialmente per coordinare i movimenti. Saltava così alto che una volta dovettero andare a riprenderla sul Cervino, dove la rintracciarono mentre chiedeva la strada di casa a uno stambecco. Nonostante i numerosi artefici adottati, ancora nessuno era riuscito a cronometrarla sui cento metri: correva talmente veloce che il suo tragitto tra la partenza e l’arrivo era dimostrabile solo con la fisica quantistica.

«E ora?» ripeterono tutti in coro, rivolti a Lina.

«Aspettiamo che il museo apra per comprare la gigantografia e non facciamo saltare in aria niente. Ah, la Gioconda non è qui. Mi pare tutto», concluse la scimmietta guida, «ora: chi vuol fare a gara di sputi con me?»

(continua)