La passeggiata

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Oggi pomeriggio ho fatto un giro a piedi per il mio quartiere. Ad un certo punto mi sono trovato a chiedermi se fosse meglio andare a prendere un gelato oppure una birra. Per inciso, questa disputa tra dolce ed amaro mi si ripropone spesso. Lo dovrò dire al mio analista. Comunque, stavo soppesando il dilemma quando ho alzato lo sguardo. In direzione opposta alla mia stava sopraggiungendo un scooter con due ragazzetti a bordo. L’ho notato per due motivi. Anzitutto per la velocità. Io non so a quanto vanno gli scooter moderni, ma di sicuro quello andava forte, molto forte. La seconda ragione che ha attirato la mia attenzione è stata che nessuno dei due scooteristi indossava il casco. Proprio per questo so che erano ragazzetti. Che erano due invece lo so perché li ho contati. La velocità assommata ai caschi, alla mancanza di caschi, mi è suonata strana. D’istinto ho guardato dietro di loro alla ricerca di una pattuglia della municipale all’inseguimento. Dei vigili nemmeno l’ombra. Solo un vecchio vespone. Allora mi sono rigirato a guardare i due che, pensavo, in fuga. Ormai però erano già molto oltre l’incrocio situato a 50 metri dietro di me. Il semaforo abbagliava di verde. Faccio appena in tempo a voltarmi per riprendere la mia strada che ecco giungere dalla stessa direzione dello scooter, una ragazza in bici. Per l’accanimento nella pedalata, sembrava andare velocissima anche lei. Peccato fosse solo un’impressione perché, probabilmente, non superava i 15 km orari. Sono stato cicloturista e la non-velocità delle biciclette la so valutare bene. La bici era normale, da donna, di quelle senza canna e con il cestino sul manubrio. Rossa, la bici. La ragazza no. Passandomi accanto la sento urlare al vento: “Mi hanno rubato la borsa! Non ci posso credere…” E giù di pedale, senza però incrementare di molto l’andatura. Povera. Intanto dei ragazzetti e dello scooter neanche la sagoma. Ecco perché correvano, mi dico. Lo dicevo io che scappavano. Appena arrivata al semaforo, la ragazza, trovandolo corresponsabilmente rosso, ha pensato bene di proseguire spingendo la bici a piedi e di corsa.  Su questo modo di agire avrei molto da discutere, ma soprassiedo. Venti metri dopo, la sventurata veniva fermata dal novello giustiziere su Piaggio che, chiaramente a mani vuote, le illustrava la propria sconfitta per poi ripartire in direzione opposta a quella dei fuggitivi. Ora mi era tutto più chiaro. I due non scappavano dalla ciclista, scappavano dall’uomo sul vespone che, certamente, aveva assistito al furto e, lasciata la propria strada, stava cercando di inseguirli. Invano. Ma onore al merito. La sfortunata intanto riprendeva la sua misteriosa corsa a piedi. Io avvisavo il 113 per quel poco che sapevo, quindi riprendevo la mia passeggiata. Insistente, un dubbio cominciava ad assillarmi. Va bene il “Mi hanno rubato la borsa”, ma che voleva dire la sciagurata gridando “Non ci posso credere”? A cosa non credeva? Al fatto che avessero scippato proprio lei tra i milioni di donne in bici a quell’ora, con la borsa esposta nel cestino? Si stava perplimendo della mancanza di un poliziotto e/o carabiniere di quartiere, moto munito, nei paraggi? Aveva appena comprato un cellulare nuovo e non poteva credere di perderlo senza neanche aver imparato ad usarlo? O anche, aveva appena riscosso in contanti la mensilità e, essendo sabato, non aveva potuto versarla in banca? Forse aveva scritto una sinfonia e l’unico spartito esistente era nella borsa? Oppure era la tesi sulla cura del cancro? O la lettera d’amore a Riccardo Scamarcio che le aveva promesso di farla leggere al suo agente, ma solo se recapitata entro stasera? Magari si rammaricava soltanto perchè avrebbe fatto tardi a cena, proprio oggi che ci teneva tanto? O invece si stava stupendo del fatto di essere derubata proprio in quella parte di città tanto carina dove, però, nessuno arrotava i fuggitivi? I due ragazzetti 5 secondi prima le avevano chiesto educatamente una sigaretta e lei, molto gentilmente, gliel’aveva data senza accorgersi della loro cattiveria interiore? Forse gli aveva dato un euro? Due? Doveva andare al Family Day, ma poi aveva rinunciato per andare a vedere a che punto era il cantiere della tramvia? Proprio oggi aveva prestato l’Honda 1000 alla compagna di stanza? Era la prima volta che in vita sua saliva su una bicicletta? Fino a ieri teneva sempre tutto in tasca e solo la necessità di portarsi dietro l’enciclopedia l’aveva convinta a comprarsi una borsa? La mattina si era dimenticata di doparsi e aveva l’emoglobina troppo bassa? Stava facendo un trasporto di cocaina e non ricordava come si dice in spagnolo “Giuro, non è colpa mia”? Era il primo giorno che usciva senza pistola? Perché una scippata grida alla gente “Non ci posso credere”? Perché? Alla fine ho infilato la chiave nella toppa, ho girato, sono entrato in casa e, senza risposte, mi sono accorto di non essere passato né in gelateria né al bar.