Patate e politica

Natale Ieri ho scoperto che non riesco a sbucciare le patate lesse con la mano sinistra. Cioè, se con la mano sinistra tengo una forchetta con cui infilzo la povera patata e poi questa la sbuccio con la mano destra, tutto bene. Se invece provo a fare il contrario succede un casino. Con la sinistra non riesco a sopportare il calore e così, tra un ahi e l’altro, la patata, lì ferma in attesa, infilzata per aria, pian piano se ne va in mille pezzi. Ora, dico io, com’è possibile? La temperatura esterna della patata rimane sempre la stessa; la pelle delle dita è la stessa sia a destra che a sinistra; l’aria circostante la patata non cambia certo per pochi centimetri di distanza. E allora? Potrebbe essere che la mia parte sinistra sia più sensibile della destra. D’altronde è noto che a destra hanno molto più pelo sullo stomaco. Se è per questo però sono anche più individualisti e questa caratteristica non si combina con lo pseudo sacrificio di chi si immola scottandosi per il bene di tutto il corpo. Direte: la destra sopporta, la sinistra no. Effettivamente le regole sono molto più sopportate a destra (Silvio escluso) che a sinistra dove, da sempre, un po’ d’anarchia è parte integrante del suo dna. A destra dai un ordine e (quasi) tutti obbediscono. A sinistra dai lo stesso ordine e subito si leverà un brontolio di eccezioni e distinguo chiamato pluralismo. In poche ore si formeranno due o tre scuole di pensiero che a loro volta si frantumeranno in innumerevoli correnti e sub correnti. Intanto la patata si sbriciolerà e, solo dopo, tutti tireranno fuori la propria vena altruistica per chinarsi a raccogliere i pezzi e poter dare da mangiare almeno ai bambini. Però a destra eseguono anche gli ordini stupidi, e allora cosa me ne farei di una patata in più se poi fossi costretto in un reparto grandi ustionati? La destra guarda al profitto, quindi prima si mangia prima si torna a produrre. La sinistra però lotta per i diritti dei meno privilegiati e allora perché non sbucciare per poi dividere? Forse è una questione d’abitudine, ma in teoria al calore non sono abituate né la destra né la sinistra. Per usare due casi esemplari, la rivoluzione d’ottobre iniziò a Pietroburgo, appunto, nel novembre 1917 mentre Roma fu calpestata dai fascisti in marcia nell’ottobre 1921. Quindi, entrambe le sollevazioni avvennero quanto meno nella mezza stagione, non certo d’estate. Con la destra scrivo, ma con la sinistra faccio gli accordi sulla chitarra, quindi non è nemmeno una questione di attitudine all’arte con conseguente istinto alla preservazione artistico ambientale. Problemi di natura neurologica? Può essere, però ci complichiamo la vita. Sì perché è l’emisfero sinistro del cervello che controlla la mano destra, e viceversa per la mano sinistra. Se poi teniamo anche conto che l’emisfero sinistro è quello che elabora il linguaggio, sia scritto che parlato (e qui si comprenderebbe come mai a sinistra c’è sempre qualcuno che ha qualcos’altro da dire), mentre il destro si attiva se dobbiamo fare un disegno, anche solo geometrico, (e così non ci stupiamo della geometrica ottusità di una certa destra), allora non ne usciamo davvero più. Che si tratti dunque di un malefico inciucio? Una destra controllata dalla sinistra e una sinistra controllata dalla destra farebbero impazzire anche il più schifato agente dei servizi segreti più deviati del mondo! Certo, così si spiegherebbe come mai con la mano sinistra che infilza e la destra che sbuccia le cose funzionano… Mmh… Comunque sia, alla fine mi resta la patata bollente e qualcuno che la deve sbucciare. Ebbene sapete che vi dico? Me ne frego di tutto e la prossima volta, per fare le patate lesse, aspetterò di avere ospiti a casa, li rigirerò con tanti bei discorsi e a fine cottura, con una qualsiasi scusa, le farò sbucciare a uno di loro. Sono o non sono un vero italiano? : )

La partita

AmiciNon importa
quanto tu abbia
giocato bene
né quanto impegno
ci abbia messo

Non contano
i tanti falli dell’avversario
le ingiustizie dell’arbitro
l’indifferenza dei compagni
il sostegno del pubblico

A partita finita
resterà solo
il freddo verdetto
del risultato

E nel campionato
dell’esistenza
ogni volta
che un amore muore
tre punti in più
alla paura di vivere

Il mago

1107963789c6e2d850050edc3f03fac8.jpg C’era una volta un regno abitato da draghi, elfi, guelfi e ghibellini. Il regno sempre baciato dal sole e zappato dai contadini, era situato tra la valle del Shkthyo e il casello dell’A1 di Roncobilaccio. Era conosciuto con il nome di Digitalsaund per lo strano rumore che il sovrano, re Alitysciò, figlio di re Altivì, emetteva ogni volta che la mattina si alzava per espellere i regali bisogni. A Digitalsaund viveva anche un mago, Zerbin, che non sapeva come passare il tempo. Tutte le volte che lo passava, infatti, glielo rendevano indietro lasciandolo così, eternamente annoiato. Un giorno Zerbin decise che non ne poteva più, doveva assolutamente trovare un modo per far sì che il tempo, passato di mano, non gli tornasse in casa a fracassargli i pthyuoi. Chiamò dunque, in teleselezione, la fata Fynta, in quel momento in vacanza a Ichea con un uomo tanto bello quanto stupido, un vero pezzo di legno, e le chiese se poteva prestargli per un giorno la sua Ferrari. La fata accettò fingendo entusiasmo ma, in realtà molto scocciata, scucì in cambio al vecchio Zerbin, la promessa che al successivo congresso dell’Asso.Fa.Ma. (l’associazione di categoria dei maghi e delle fate), che si sarebbe tenuto di lì a poco sotto il cuscino del cavaliere di Hardcore, avrebbe avuto, oltre che al suo portafogli, anche il suo voto. Zerbin accettò di buon grado ma scrisse subito un promemoria sull’agenda del suo cellulare Sìchiè per ricordarsi di svuotare il portafogli e truccare il voto con una croce mobile che avrebbe cambiato posto sulla scheda elettorale al momento dello scrutinio. Presa la Ferrari, il più velocemente possibile per staccare il tempo che intanto gli stava sempre appiccicato addosso, Zerbin si diresse verso la terra di Creditcar dove avrebbe cercato l’erba Posso. L’erba Posso, al contrario dell’erba Voglio, non esaudiva i desideri propri ma aveva il potere di annullare quelli altrui. Zerbin ne avrebbe così ricavato un infuso da vendere a un certo magister Prouds, emigrato in cerca di fortuna a Roma, il quale ne aveva bisogno per placare i desideri di una pletora di compagni di ventura alquanto irrequieti e irrimediabilmente autolesionisti. Si narra che alcuni di questi, evidentemente forniti di poteri soprannaturali, quasi quanto la onnipresente strega Simonaventura, riuscissero ad essere contemporaneamente accanto al magister e in piazza a contestarlo. Non fu semplice convincere il Romano, romano per necessità, che l’acquisto dell’erba Posso, più di quella che alcuni suoi colleghi fumavano nei bagni di nascosto, avrebbe avuto un effetto benefico sul bilancio del suo paese senza sollevare l’ira del potente e rompipthyuoi mostro UEh. Ci vollero le fatiche di sette finanziarie, ma alla fine Zerbin ce la fece e così ebbe ben duemilatrecentocinque buoni pasto da usare in qualsiasi ristorante di Digitalsaund, anche se solo nei giorni di plenilunio e a patto che il reddito dell’utilizzatore non superasse il 35% della cifra versata l’anno prima, tra il 7 maggio e le 11 del 24 agosto, per recuperare il tfr, vincere al tar e finire la tav. Zerbin tornò a casa un po’ più rincitrullito di prima, ma rivendette i buoni con un ricavo del 2000% al netto delle spese legali. Finalmente con i soldi così abilmente ottenuti, acquistò un biglietto per l’unico posto dove, completamente fuso, potè lasciarsi il tempo alle spalle senza più alcuna preoccupazione per un suo nuovo passaggio. Appena arrivato, il nostro mago gettò tutti gli orologi e senza pensarci un grhjl si sedette su un divano a godersi, in prima fila, l’ultima puntata de “la Penisola dei Buffoni”.

Un’amicizia

AmiciQuando il mio istinto
si ribella alla quiete
e la follia
torna a farsi sentire
è sufficiente la sua voce

La sua perenne allegria
il suo caparbio razionalismo
il suo ineluttabile ottimismo
il suo indistruttibile affetto
sono così contagiosi
che non resta
che arrendersi

e sorridere