Incontro

-Bacio- di Benedetta Bonichi Un tempo
amai i tuoi capelli,
le tue labbra.
Amai il tuo seno,
il tuo ventre.
Amai i tuoi occhi.
In te
cercai il miraggio del piacere
e la scintilla della passione,
esplorai lo spazio del sogno
e la polla dei sensi,
trovai l’accesso all’anima.

Amai il tuo corpo
e amai la tua impazienza,
la tua intelligenza,
la tua incredulità.
Amai la tua fame di vita,
la falsa innocenza dei tuoi sguardi,
il tuo orgoglio
e la tua fragilità.

Amai te,
unica,
ciò che eri e avevi,
ciò che accendevi e alimentavi,
ciò che facevi e come.

Non avercela con me,
con te,
se un giorno
mi sono arreso,
se anche tu
ti sei arresa,
se per una volta di più
ci siamo incontrati.

Il piacere dei tuoi capelli
ha reso ancora il miraggio reale,
le tue labbra
hanno incendiato di nuovo la passione,
nella valle del tuo seno
ho compiuto un diverso sogno,
alla sorgente del tuo ventre
ho avidamente dissetato i sensi,
attraverso gli occhi
sono giunto dunque alla tua anima.

Eri,
sei talmente bella,
troppo bella
per la mia debolezza,
cedere è stato
un elogio a te
e un’ammissione
alla nostra natura
di esseri fallibili,
ma creatori di sensazioni.

Un tempo
eravamo una cosa sola,
non ridere di me ora
e non mi gravare
di una colpa
che già pesa
sulla mia anima,
noi non siamo poi così diversi.

Ti amai
per un giorno di più.
Forse
non ti ho amato mai.
In realtà
ti amerò sempre.

Firenze, vaghe riflesioni

demoneA volte, girando per Firenze, mi tornano in mente situazioni che, a seconda di come le rivivo, prendono la forma del mito o del rimpianto. Badate bene, non sono così vecchio da struggermi nei ricordi. Apro una parentesi sullo struggere e i ricordi. Perché nei ricordi ci si deve sempre e solo struggere? Forse perché non c’è nient’altro in cui ci si potrebbe struggere? E se il burro si strugge nel tegame e noi ci struggiamo nei ricordi, allora i ricordi sono un tegame? Va be’.. scusate la divagazione, forse un po’ vecchio, in fondo, lo sono. Dicevo, il mito. Oggi, per l’ennesima volta, sono passato per Por Santa Maria e sbucato all’angolo con via Vacchereccia ho rivisto e rivissuto Palazzo Vecchio così come lo vidi e vissi la prima volta che il mi’ babbo mi portò in centro. O meglio, come mi ricordo di quella che credo fosse la prima volta ma che in realtà, anzi, molto probabilmente, la prima volta non era. E’ un’emozione tale che solo un bambino può provare e, forse, un giapponese in gita premio. Mi chiedo quanti hanno questa stessa fortuna, non di sentirsi come un giapponese ma come un bambino sconvolto che, con la mano in quella del proprio padre, sta fermo ad osservare una cosa così grande, alta e magnifica (sì, proprio magnifica) come la facciata del Palazzo della Signoria che neanche nel Signore degli Anelli vi si può trovare una cosa simile. Ogni volta che esco da quell’angolo e mi giro, e non sto correndo da qualche parte, e alzo gli occhi verso la torre di Arnolfo che scagliata al cielo mi sembra dire, come allora, “bambino, io posso tutto!”, ogni volta, per un attimo, il cuore perde un battito. E capisco quanto sia stato fortunato a nascere in un posto così. Poi, di solito, appena il cuore riprende il ritmo, mi ricordo di cose che non c’entrano nulla come, ad esempio, il “trasporto”. Per chi non lo sa, il “trasporto”, a Firenze, oltre ad essere l’atto di spostare una o più cose o persone da un posto ad un altro, è anche, specificatamente, l’ultimo viaggio che ognuno di noi è destinato a fare su questa terra. Ora, non è che oggi mi sono venute a mente le esequie di qualcuno, ho solo notato che questa parola, con questo significato, è usata ormai da noi vecchi e basta. Oggigiorno infatti, nessuno va più al trasporto di qualcuno, vanno tutti a dei funerali. Nessuno va a desinare, ma in molti vanno ai brunch. La Fiorentina non gioca più al Comunale, ma all’ArtemioFranchi. Se la fortuna non mi arride (e qui aprirei un dibattito sull’arridere ma vi esento), non ho più lo sculo addosso ma la sfiga. Insomma, il cambiare dei tempi mi rende banale e dopo il mito mi fa provare il rimpianto per un mondo che non c’è più. Tutto questo in un minuto scarso.

Il demone

demoneMi avete stancato
Non sono io
il demone
che vi corrompe!

La tentazione
è già dentro di voi
che attende solo
l’occasione
la scena
l’attore

Io sono semplicemente
l’innesco
la fiamma
a cui vi accostate
sapendo di rischiare
l’incendio

E come non si può accusare
il fuoco di bruciare
così non potete accusare me
per la vostra debolezza

Tutti sul palcoscenico
e che il dramma
abbia inizio!

Belve come agnelli
Carnefici come vittime
Prostitute mascherate da educande
Guardatevi dentro
e ammutolite
Leggete nel vostro cuore
e se proprio dovete
compatite voi stessi