L’angolo

Non basta girare l’angolo
Camminare per ore, giorni
Scalare vette, attraversare mari
Leggere libri, visitare pinacoteche, immergersi in sinfonie
Vivere in armonia, abusare del vizio
Sperare negli Dei, credere in Dio

Quando l’amore arriva
lo fa da solo
Nessuna azione
Nessun pensiero
Nessuna preghiera
influirà

Dicono
Qualcuno nasce, cresce, muore
mai lo incontra
Altri per inerzia, miopia, codardia
lo scansano

Molti lo incrociano
Tardi lo riconoscono
Troppo lo valutano
Spesso lo uccidono

Pochi comprendono
Colgono l’attimo
Lo vivono

No
non basta girare un angolo

E quale dolore per colui
che dietro quell’angolo lo trovò
solo il tempo
di svoltare il successivo
e perderlo

Quando l’amore viene
lo fa da solo
da solo
se ne va

Ascesa

Il sentiero s’inerpicava verso il cielo quasi a presagire ciò che di lì a poco Edo avrebbe incontrato. Non conosceva il motivo che l’aveva spinto a muoversi, proprio quel giorno, tanto in fretta. Sentiva solo l’impellente necessità di farlo, subito. Mesi di spossatezza senza apparente causa trascorrevano pesanti. Poi, improvvisa, la decisione. Doveva vedere cose c’era di là. Prima non gli era mai interessato. Gli bastava la sua vita, le poche ma forti certezze alle quali si era abituato negli anni. Non che fosse una vita piatta, tutt’altro, tuttavia non vi era mai stato lasciato molto spazio per l’imprevisto, per qualcosa che non fosse, se non inimmaginabile, almeno non pronosticabile.
Viveva da solo in una di quelle case d’inizio secolo, costruite quando le masse di commercianti, arricchitesi all’ombra della prima industrializzazione italiana, avevano deciso d’investire in abitazioni, “come quelle dei signori”, fuori porta. Sebbene fosse anch’egli figlio di commercianti, Edo non aveva mai sopportato il negozio di suo padre. Così, dopo essersi laureato in giurisprudenza e, con non troppa fatica, essere riuscito a passare l’esame di abilitazione alla professione forense, aveva trovato un buon posto presso uno di quegli studi che si occupano esclusivamente di cause risarcitorie. Nel senso che campano cacciando i risarcimenti assicurativi riconoscibili, con non poca fatica, a vittime di incidenti stradali, uno dei più grandi business del secolo. Non che gl’interessasse in particolar modo l’attività legale annessa, di certo però ne traeva svariati vantaggi, non ultimi la retribuzione e un rispettabile riconoscimento sociale che poteva sempre tornare utile.
Gli amici, pochi ma buoni, lo trovavano incredibilmente simpatico. Nel senso che anche loro non capivano come potesse essere simpatico uno fatto in quel modo. Nonostante ciò per tutti Edo era davvero un tipo “giusto”. Ascoltava chiunque avesse qualcosa da dirgli e per ognuno aveva sempre una parola, una parola detta talmente bene che, se anche dietro celava il nulla assoluto, ai più pareva come una verità universale. Magia della comunicazione, diceva.
Non esisteva argomento di cui non potesse sostenere la conversazione, anzi, di cui non potesse guidare lui stesso la conversazione. Dal pensiero platonico agli ultimi sistemi per la trasmissione cellulare non c’era tema o semplice ciarla che lo trovasse impreparato. Non era un gradasso, questo va detto. Edo Querci le cose le sapeva davvero. E poi non dava mai l’impressione di abusare della sua conoscenza, al contrario, la cosa non lo avvinceva affatto. Per lui il sapere e la facilità nell’apprendere erano una specie di semplice attributo che madre natura gli aveva donato, come l’altezza e gli occhi azzurri. Qualcuno sottolineava spesso questo suo lato cosicché “il Querci” finiva per essere anche definito “una persona molto intelligente”, con la emme di “molto” stirata e accentuata a sproposito. Aveva una tale personalità che alla fine si scontrava raramente e solo nelle occasioni in cui incrociava la strada con qualcuno altrettanto (in)formato e ostinato. E altrettanto temerario da affrontarlo. Insomma un altro folle. Sì perché se Edo mancava di qualcosa, quel qualcosa non era di certo la passione né, appunto, la lucida follia che ne consegue.
In qualsiasi sua attività c’era un pizzico di passione ma ce n’erano alcune che curava in modo speciale. Piaceri pubblici e privati, manifesti oppure occulti. In generale adorava viaggiare. La politica e l’economia erano i suoi grandi hobby. Assieme alle scommesse… Dell’arte non poteva fare a meno. Letture, quadri, musica, teatro, ovunque il genio dell’uomo avesse prodotto qualcosa che meritava di essere visto o sentito, lui era pronto a correre. Infine la più grande passione di tutte, le donne. Di quelle ne aveva avute molte e di tutti i tipi. Tranne una, le altre erano state poco più che un diversivo. Piacevoli e semplici increspature nella vita di colui che si sente sempre con il vento in poppa. Tranne una, appunto, Chiara. Lei era riuscita ad arrivare là dove nessuno era mai stato. Anzi, gli aveva fatto scoprire degli angoli, dei pertugi del suo essere, che lui stesso non sapeva di avere. Alla fine si era scoperto addirittura fragile, in balia dell’emozione prodotta dall’attesa di una stupida telefonata o anche da un incontro inaspettato. Si rese conto di essere persino geloso, un’esperienza che l’aveva sconvolto. Sembrava esistesse al mondo qualcuno, lei, più importante di lui stesso! A letto poi, era stato un festival. Anche quella storia tuttavia era durata giusto il tempo di una stagione, una di quelle stagioni moderne, che piove d’estate e fa caldo d’inverno. Insomma un casino finito com’era iniziato, con uno sguardo e un saluto.
Chi lo frequentava non avrebbe mai pensato che gli mancasse qualcosa, o qualcuno. Erano tutti convinti che una persona come Edo Querci fosse solo da invidiare. Nessuno poteva sapere della sua inquietudine, di quell’eterna insoddisfazione che lo rodeva ogni sera, un pezzettino per volta. Nessuno sapeva.
Così trascinava i suoi giorni. Fu allora, in un giovedì come tanti altri, che si decise. Si vestì adeguatamente per l’occasione e uscì. Non aveva molta strada da fare ma giunto ai piedi di quella salita si preoccupò seriamente. E se fosse arrivato troppo stanco? D’altra parte non aveva scelta, era lassù che doveva andare. Sul perché e sul quando, c’erano stati un sacco di dubbi, sul dove, nessuno. Fece una smorfia, si aggiustò gli occhiali da sole e s’incamminò. L’ascesa non fu semplice né veloce. Gli occorsero varie soste più o meno brevi. Ad ognuna un nuovo timore l’assaliva ma giunto finalmente alla cima, ritrovato subito il luogo familiare, dimenticò ogni cosa. Si tolse le scarpe e camminando lentamente sull’erba fresca si mise a cercare il punto giusto per passare. Edo non sapeva dov’era ma di sicuro l’avrebbe capito quando ci fosse stato accanto.
E così accadde. Sentì il richiamo e si fermò. Fu in quell’attimo inesauribile che si voltò per dare un ultimo sguardo al cielo e al sole che stava tramontando. Osservò meglio il panorama e riconobbe le colline attorno. Ascoltò gli animali che badavano alle loro solite occupazioni, aspirò avidamente tutta l’aria che potevano contenere i suoi polmoni e, realizzato che in fondo, forse, c’erano ancora troppe cose da fare, si godette la discesa.

Il drago e la città

In pochi giorni era la terza volta che tornavo in quel giardino. L’inverno era davvero rigido, le giornate però erano illuminate da un sole tanto splendente che i colori diventavano così vividi da sembrare dipinti. All’inizio, tra le cinque panchine disposte a semicerchio verso il panorama della città, mi ero messo a sedere in quella di centro. Era l’unica libera. In teoria era anche la più fortunata per posizione, non fosse stato per la siepe mal potata che copriva gran parte della visuale. I raggi del sole, comunque alto all’orizzonte, mi colpivano con una tale forza che sembravano volermi ricaricare a forza la mente intorpidita dai troppi giorni di malessere. Mi sedetti e iniziai a leggere il libro che avevo comprato pensando a lei e che a lei avrei regalato proprio in quell’incontro. L’avevo scelto con cura. Doveva segnare l’inizio di un nuovo tratto di vita e non mi era parso ci fosse al momento niente di meglio.
Dopo mezz’ora la panchina alla mia sinistra era stata liberata dalla pesante presenza di una donna rumena che poco prima stava parlando al cellulare. Penso fosse rumena perché le uniche due parole che avevo percepito del suo dialogo erano state Firenze e Timisoara, città della Romania dove una volta doveva aver giocato in coppa Uefa anche la Fiorentina. Questo è ciò che io chiamo il lato pedagogico del calcio, nel senso che tramite il tifo per una squadra c’è chi ha avuto la possibilità di migliorare le proprie nozioni di geografia, storia e chissà cos’altro. Conosco persone che hanno capito che l’Inghilterra è veramente un’isola solo dopo esserci state a vedere la Champions League. Altri che invece hanno fatto i conti con la storia solo dopo essere stati a visitare la dura realtà di Auschwitz durante una trasferta in Polonia.
Mi spostai. Dalla nuova posizione si godeva di un panorama davvero stupendo. Sotto il breve pendio c’era la ferrovia e al di là di essa il giardino dell’Orticultura dove bambini, una marea di bambini, stavano rincorrendosi. Poi i tetti di Firenze, da Settignano a Novoli. Una macchia rossa interrotta ogni tanto dai veri Signori della città: Santa Croce e Palazzo Vecchio, i’ Domo e il Campanile, Pitti e il Cestello… All’orizzonte, a perdita d’occhio fin oltre il Chianti, le colline grigio verdi a sud della città. Panorama stupendo, quel giorno come ogni altro giorno dell’anno. E’ però quasi incredibile come il proprio stato interiore possa arrivare a modificare la percezione delle cose, anche di quelle belle come un quadro o una canzone o, appunto, un panorama, che sarebbero universalmente riconosciute, sempre, quali opere d’arte, umana o divina che sia. Nelle mie ultime visite infatti sotto di me avrebbero potuto esserci Alessandria o Udine e avrei provato sempre la stessa sensazione: indifferenza. Quel pomeriggio no. Quel pomeriggio sembrava tutto al po-sto giusto, aria, colori, odori… Tutto perfetto. Anche per un addio.
Avevo appena finito di leggere i primi due capitoli del libro quando lei arrivò. Era davvero bella, più di sempre. Forse per il sole o forse per l’aria. Forse proprio per il mio modo di vedere e sentire le cose e le persone quel giorno. Bella da far male. Dopo un breve saluto le detti il libro e la lettera che avevo scritto in due giorni, quando nient’altro riusciva ad alleviare il dolore che mi rodeva. Scriverle era stata la sola occupazione che era riuscita a distrarmi dai pensieri malinconici che mi affollavano, ingolfandola, la mente. Probabilmente era stato l’unico modo di surrogare un dialogo scomparso già da giorni. Quando l’avevo scritta non avevo realmente pensato di fargliela mai avere, poi gli eventi avevano deciso per me e donarle la lettera era diventato praticamente un dovere. In realtà quel breve scritto non aveva molto senso se si prendeva da un punto di vista di commiato. La fine della nostra storia era già stata decretata molte sere prima, quasi in quello stesso luogo, nel senso che il giardino come ogni sera era chiuso e quella volta la discussione era avvenuta fuori del cancello. Non c’era stato molto da precisare, lei era stata più che chiara. E non solo a parole. Quel suo soffio prolungato con la bocca, seguito dal semplice ma letale “io non ce la faccio più”, era stato più che sufficiente a chiarire quello che sarebbe accaduto di lì a poco. Ci vollero ancora solo un paio d’ore di parole e lacrime per sancire l’inesorabile epilogo.
Prese libro e lettera con curiosità ma le lessi sul volto una leggera ansia, come se si aspettasse un nuovo assalto che, sono certo, non mi avrebbe perdonato. Sfogliò la copertina del libro e letta la dedica si accese con un gran sorriso poi, con calma, passò alla busta. L’aprì e, con gli occhi che le si riempivano pian piano di lacrime, lesse tutte e quattro le pagine senza fiatare. Avevo cercato, e forse c’ero anche riuscito, di sintetizzare in quelle righe la storia di un amore sfortunato, del perché era nato, cresciuto e morto nell’arco di poche settimane lasciandomi un segno indelebile. Alla fine mi abbracciò, mi bagnò il collo con un lacrima e mi sussurrò un grazie che a dieci centimetri di distanza non avrei mai sentito. Forse, mi dissi, avevo scritto qualcosa di bello. Fine, l’atto era completo. Pochi attimi dopo ci eravamo già congedati, definitivamente, con un solo ciao. Mentre mi rimettevo a sedere sulla panchina guardandola allontanarsi sul suo motorino, dal nulla mi comparve accanto una ragazza. Aveva una sigaretta in mano e uno sguardo stampato sul bel viso che lasciava chiaramente intendere che stava cercando da accendere. Mi sorrise impaziente. Contraccambiai cordiale il sorriso e maldestramente le accesi la sigaretta. Pensai che forse quel giardino, in fondo, era comunque un posto fortunato baciato dagli dei. Alzai lo sguardo e dopo aver aspirato una lunga boccata d’aria, con il blocco e la matita in mano iniziai a scrivere qualcosa sui sogni, la vita e la sfida che ogni giorno siamo obbligati ad accettare.

Per sempre

Sentirsi un amante precario
un soffio di brezza
in un’afosa giornata d’estate
Un focolare
che aspira ad essere sole

Ci sono emozioni
che si piantano nel cuore
come frecce
e lì restano per sempre

La sfiducia
una di queste

Vele

Spiega le tue vele
fa che la tempesta
non ti sorprenda
ancora in acque ostili

Prendi il largo
alla ricerca di quelle spiagge
di cui tanto mi parlavi

Segui le rotte
che ti guideranno
dove solo tu, sola
puoi arrivare

Spiega le tue vele
non lasciare che un carico
ormai avariato
affondi i tuoi sogni

Il sottotesto della conferenza stampa di Luca Toni

Con un altro dei potenti mezzi acquistati su Ebay (un rilevatore di onde sub sonore fabbricato a Forcella), siamo riusciti a decifrare il sottotesto della conferenza stampa di oggi del (l’ex) bomber della Fiorentina. Le parole dette in chiaro esprimevano una cosa ma quelle sottintese rivelano ben altre verità. Eccovi la sintesi.
“Sono venuto qua oggi perché mi ero stancato di stare al mare. Certo che a Firenze è proprio caldo. Quasi quasi faccio solo una chiacchierata con il mio Presidente e gli dico di comprare un ventilatore nuovo per la sala stampa. In questo periodo sono state dette tante cose ma non da me che dopo il mondiale mi sono rinchiuso in un monastero thailandese senza cellulare, internet e caramelle mentoliptus. Pensate, non sapevo neanche delle sentenze… ma davvero ci hanno dato 19 punti di penalizzazione? Accidenpolina che peccato!… va be’, tanto io l’anno prossimo giocherò da un’altra parte. Voglio solo parlare con il mio Presidente per dirgli che mi spiace davvero che l’anno prossimo la sua squadra non faccia la Champion’s… peccato davvero. Da quando sono nato non mi era mai capitato di ricevere l’offerta di 4 miseri milioni di euro all’anno per giocare a pallone! Vi rendete conto? E pensare che c’è gente che lavora per molto molto meno, incredibile. Comunque… voglio solo parlare con il mio Presidente per dirgli che, se vuole, metterò una parolina buona per lui e così invece di 25 milioni quel signore di Milano gliene darà anche 30. Ho vinto la Scarpa d’oro, il mondiale e il torneo di briscola nel monastero, per questo ho ricevuto molte offerte da squadre europee di briscola ma anche di calcio. Penso di meritare la Champion’s League ed essendo abbonato ad Astra Mese, è da aprile che so che la Fiorentina non l’avrebbe fatta. Voglio solo parlare con il mio Presidente così gli dirò di trovarsi un buon astrologo, gli sarà più utile dell’attuale A.D. che invece perde un sacco di tempo al telefono. Sono grato ai miei compagni che l’anno scorso hanno giocato per me e mi hanno permesso di vincere la classifica cannonieri. Come si dice: a buon rendere. Se accettano di fare un campionato anonimo per salvarsi dalla B solo perché hanno firmato un contratto o, addirittura, per rispetto della maglia e dei tifosi, sono affari loro. Io vado dove mi porta la tasca dalla parte del cuore. Voglio fare solo una chiacchierata con il mio Presidente così gli consiglierò di dire al D.G. di comprare giocatori un po’ più svegli e meno illusi… dei tipi che non credano in sentimenti fuori moda tipo onore, rispetto e riconoscenza. Vorrei sfruttare al massimo i pochi anni che mi restano di carriera per vincere qualcosa come ha fatto l’Inter quest’anno. Certo, con i bollini Esso sono buoni tutti ma meglio che niente, no? In realtà per vincere sarei pronto ad andare dappertutto fuorché all’Inter ma purtroppo è proprio il signor presidente di quella squadra che mi ha offerto la cifra che ho detto prima. Va be’… mi accontenterò. Mi piacerebbe solo parlare con il mio Presidente per chiedergli di comprendere un povero giovane di 29 anni in buona salute, ricco sfondato, frequentatore di belle donne, che desidera solo giocare al calcio… perché non mi capisce? Perché?!? Dal punto di vista umano chi, al posto mio, chi accetterebbe di giocare ancora a Firenze, dove ho solo vinto la classifica cannonieri con 31 gol, ho preso lo slancio per i mondiali e mi hanno trattato da Re, sì, ma senza darmi neanche un trono, uno scettro… un regno?!? Vorrei solo fare una chiacchierata con il mio Presidente per sapere se lui un regno ce l’ha, ecco. L’ho sentito dire in televisione che con me non vuole parlare, allora gli scriverò… non appena avrò finito il Cepu. Se poi lui mi dirà lo stesso che c’è un contratto da rispettare e devo restare qui per principio allora batterò forte i piedi per terra e mi metterò a urlare tanto tanto, oh! Poi dirò al signore di Milano di tirare fuori altri 5 milioni o anche 10, tanto quello ne ha bruciati così tanti che qualcuno in più non gli farà differenza. Per me sarebbe più facile restare a Firenze, tra l’altro qui c’ho casa da solo mentre a Milano mi toccherebbe andare a dormire dalla Valeria e allora addio sarabande… Parlerò solo con il mio Presidente e visto che lavora pure lui a Milano, gli chiederò se mi può dare qualche dritta per trovare un monolocale da 100 mq per i miei momenti di sano relax. Comunque… voglio giocare in una squadra di campioni e, assodato che a Firenze, senza offesa per nessuno, ci sono solo rape, dato che l’anno prossimo almeno due squadre vinceranno di sicuro, il problema sta solo ad indovinare quali saranno. Di certo non l’Inter ma la speranza, come si dice, morì. I tifosi viola? Chi?!? Ah sì, ho capito chi sono. Simpatici, davvero. Penso che siano contenti che io abbia giocato e vinto i mondiali senza mai citare neanche una volta il mio e loro club in difficoltà, che io abbia un sacco di soldi, che io abbia una top model come fidanzata e una Ferrari come utilitaria, che io sia tra i vip più richiesti per gli spot delle patatine, che io me ne freghi di loro e di tutti quelli che come loro mi danno da mangiare… ehm… no, di questo forse non sono contenti ma… che dire? Questa è la vita. Se mi riuscirà parlare con il mio Presidente gli dirò di tenerseli stretti, persone così ingenue e devote è difficile trovarle al giorno d’oggi. Beh, ora vi saluto e grazie per essere venuti così numerosi a sentire le bischerate che avevo da dire… certo che il calcio ne muove di fessi… Ciao e grazie ancora a tutti ma proprio tutti, eh. Lo dirò anche al mio Presidente.”

Per le parole pronunciate in chiaro da Toni clicca qui