Io, la birra e le mosche

9bc18565ab1eb000ed2061fcdff431b7.jpgBandierine
al vento
al sole

Una radio
pubblicità stupida
musica abusata

Una coppia
il caffè
chiacchiere rumorose

Io
la mia birra
le mosche
attendiamo il momento giusto
per staccarci da pensieri
pesanti
oscuri
che il vento non alzerà
né il sole illuminerà

Il libro misterioso (versione CSI)

Entrando nella biblioteca Grissom notò subito la mancanza di polvere dagli scaffali. “Gli acari qui non hanno vita facile”, mormorò.
“L’uomo dev’essere entrato da qui”, disse Warrick attirandolo con un gesto vicino alla porta sul fondo della sala di lettura. La sala aveva alte finestre sulla parete est che lasciavano entrare una tenue luce invernale appena sufficiente a illuminare l’intero locale. “Ho trovato questi due peli di barba sullo spigolo esterno della porta, come se qualcuno aprendola ci avesse sbattuto il muso. Uno a dieci che…. Ehm, scusa capo, ogni tanto mi sfugge… Giuro che ho smesso di giocare da molti mesi”, mentì.
Grissom lo squadrò di sbieco e quindi sibilò: “Prendi i campioni e mandali subito in laboratorio. Entro cinque minuti voglio sapere vita, morte e dna di queste due fibre che tu chiami peli ma che io definirei essere due serie di filamenti di cheratina prodotta nei profondi strati del derma. Lo sai che odio l’approssimazione, Warrick.”
Warrick si inumidì le labbra e sguainate le pinzette, con precisione maniacale, imbustò i due reperti come fosse l’ultima cosa dovesse fare al mondo.
Mentre il suo uomo imbustava Grissom s’incamminò verso il tavolo dell’addetta ai prestiti. Con la sua solita voce calma e priva di esitazione fissò la ragazza negli occhi e chiese: “Dov’è il libro che stava lì?” indicando uno scaffale completamente vuoto.
La ragazza si girò confusa e guardando prima l’indice del poliziotto e poi verso terra balbettò: “Ma lì non c’è niente, signore. Come fa a sapere che c’era un libro?”
“Vieni qua”, le ordinò suadente Grissom.
La ragazza si alzò dal suo posto e, sempre senza alzare lo sguardo, si avvicinò allo scaffale.
“Vedi? Qui non c’è niente. Se ci fosse stato qualcosa ci sarebbe rimasto un segno. Giusto?”
“Giusto”, disse lei.
Grissom chiese allora a Jim Brass, che era appena arrivato dal distretto con un foglio bianco, di tirare le tende ad oscurare le finestre. Indossò un paio di occhiali con delle strane e spesse lenti verdi, fece fare lo stesso alla giovane donna e al buio, dopo aver acceso una lampada arancione che accostò allo scaffale, disse: “Guarda, lo vedi ora?”
La ragazza gemette impaurita e dopo aver socchiuso le labbra e piegato di lato il capo, esclamò quasi piangendo: “No”
“Ecco!” affermò Grissom attirando l’attenzione di tutti i presenti, “E’ proprio qui che, sicuramente, l’uomo barbuto ha cercato il libro, stamattina. Non l’ha trovato e ora non ce n’è più traccia.”
“Capo”, urlò Sara entrando in quel momento nella biblioteca, “finalmente abbiamo i risultati del laboratorio sulla carta completamente bianca che non abbiamo trovato sullo scaffale!”
Grissom fece riaprire i tendaggi e alla luce chiese: “Bene, e cosa dicono?”
“Niente” rispose Sara, “non dicono proprio niente”
“Lo sapevo”, esclamò Grissom con una nota di mal celato orgoglio, “Lo sapevo” ripetè tra sé.
La bibliotecaria, allibita, si fece un po’ di coraggio e chiese: “Ma se non c’era niente perché lo cercava?”
“Questo è il nostro lavoro. Lo scopriremo” sentenziò Grissom con voce gelida, quindi uscì sfogliando, assorto, un grosso libro con le pagine completamente bianche.

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Io e il tifo


La prima volta che sono entrato allo stadio avevo circa 7 anni. Giocava la nazionale vice campione del mondo di Mexico 70. Mi portò mio padre. Lui non era un tipo da stadio ma tifava Viola e non si perdeva né un 90° minuto né una delle sintesi di un secondo tempo di una partita di serie A che davano a quei tempi su Rai 2. La preistoria rispetto al calcio di adesso. Se volevi vedere la Fiorentina dovevi per forza andare allo stadio perché in tv era grassa se la passavano una volta l’anno. Oppure ti accontentavi del Calcio minuto per minuto e poi, appunto, di 90° minuto o della Domenica sportiva. Così faceva mio padre. Non so perché quella volta decise di andarci contravvenendo alle sue abitudini. Forse fu spinto da mio fratello che, dieci anni più grande di me, si preoccupava abbastanza del mio futuro da tifoso ma non tanto da accompagnarmi a vedere l’Italia. Prima della nazionale maggiore era in programma una partita della Under 21 contro la squadra primavera Viola. Finita quella partita, prima che scendessero in campo i vari Boninsegna, Rivera e compagni, mio padre mi portò via. Si era stancato, mi disse. Come detto era la prima volta che entravo in uno stadio e, in pratica, era anche la prima volta che mi trovavo in un posto con così tanta gente attorno. La partita era la cosa che mi aveva interessato meno, perderla non mi toccò minimamente (e come un presagio, da lì, la nazionale non è mai più rientrata nei miei interessi). E poi ero stanco anch’io. A quell’età più che vederlo il calcio lo si vuole giocare e a casa c’era un pallone vero che mi aspettava. La seconda volta avevo 10 anni. Stavolta giocava la mia Fiorentina ed ero con mio fratello e alcuni suoi amici. In pratica due avvenimenti eccezionali in una serata sola. Era una partita in notturna, di coppa Italia, contro la Sampdoria. Proprio per l’eccezionalità della serata mi ci sono voluti poi diversi anni per perdere la simpatia sorta quella sera per la squadra genovese che ebbe il piccolo merito di essere la co-protagonista del match. Vinse la Fiorentina ma il risultato esatto non lo ricordo. Ricordo però che rimasi per 90 minuti, più recupero, ipnotizzato dal tifo della Curva Fiesole. Noi sedevamo in Maratona proprio nel lato adiacente alla curva e quei cori continui, le fiaccole, i tamburi e lo sventolare incessante delle bandiere che vedevo da un punto privilegiato, alla lettera, mi ammaliarono. Più di una volta mio fratello mi invitò a guardare verso il campo e non verso la curva. Inutile, il bacillo aveva iniziato la sua missione. La terza volta che sono entrato al Comunale è stata quella definitiva. Campionato 1977/78, Fiorentina – Lanerossi Vicenza, risultato tre a uno per i veneti, tripletta di un certo Paolo Rossi e Rossinelli per i Viola. Ma questo non contò nulla. Ciò che, assieme all’amore per la maglia Viola, mi segnò da lì in poi la vita fu la Fiesole dove, con altri quattro o cinque ragazzini che giocavano con me a calcio, andammo a prendere posto. Essere da soli, in quel luogo mitico, fu come entrare nella caverna del tesoro di Alì Babà. Da quel giorno ad oggi, comprese amichevoli e tornei estivi vari, solo in tre occasioni mi sono perso una partita della Fiorentina a Campo di Marte. Non mi hanno distolto impegni di lavoro, matrimoni, nascite e lutti…. Diagnosi: tifo conclamato; cura: inesistente. Purtroppo negli anni la malattia ha dato (ovviamente, altrimenti che malattia sarebbe?) più sofferenze che soddisfazioni… ma di questo parlerò un’altra volta.

Oblio a Praga


Come un volo in picchiata
Geometrie speculative
su architetture astratte
I sensi sulla ragione
La pelle sulla legge
I sogni sui concetti
Ma Helios sciolse le ali di Icaro
Afrodite si arrese a Efesto
E furono le tenebre
Il gelo
La paura
La follia
Piccolo Ulisse alla deriva
Spazio esteso
Tempo dilatato
Metri come ore
Ore come giorni
Giorni come anni
Anni come chilometri
Solo memorie
Solo ruderi
Solo polvere
E al fine
l’oblio

Giustizia (?) sportiva

juve serie B e -30; milan serie A e -15; Fiorentina serie B e -12….
Con il dovuto rispetto per le vittime reali (ma purtroppo l’esempio calca a pennello) è come se:
al mafioso X venissero dati 10 anni di prigione per trenta omicidi;
al suo complice K, molto ma molto più furbo di X, venissero dati 2 anni ma con la condizionale;
al salumiere Y, sicuramente taglieggiato e più volte minacciato e vessato da X e K (come da intercettazioni dei CC), venissero dati 9 anni di carcere per direttissima perchè la signora Z veniva intercettata mentre per telefono diceva alla signora T che qualcuno avrebbe sorpreso Y a fare la cresta sul peso della mortadella e, si mormora, a rubare nientepopodimenoche il latte del suo vicino di banco, il tutto senza trovare la bilancia taroccata e neanche un mezzo litro di latte nel suo negozio.

Se questa è la giustizia sportiva in Italia e da qui partirà la splendente era del calcio “nuovo”, siamo a posto…

La storia delle invenzioni – cap. II

IL TUTTOCITTA’
All’inizio del secolo scorso, con lo sviluppo dei motori a scoppio e la conseguente diffusione dell’automobile e il decadimento del monopattino, nei centri urbani di grandi dimensioni prese campo la necessità di individuare la collocazione esatta di strade di cui neanche i residenti conoscevano il nome. Il problema era tutto europeo in quanto negli States, dove le strade crescevano al ritmo della Ford, ovviarono subito al problema numerando le vie come nei telefilm polizieschi. In realtà è un mistero come si possa ancora oggi trovare l’angolo tra la quinta e la centoquarantasettesima senza perdere il lume della ragione… ma tant’è, gli americani ci riescono e la ragione li ha infatti abbandonati. In Italia i primi a preoccuparsi furono i lattai che, impegnati ad allargare il loro giro d’affari, dopo aver comprato un comodo e veloce furgoncino Fiat Savoia/Caciotti, non riuscivano però a dispiegare le vecchie ed enormi mappe militari nelle stalle senza che queste venissero sommerse dalle deiezioni bovine. Alcuni tra i primi tassisti invece, già in possesso di licenza e già uniti in corporazione da decenni nell’attesa dell’invenzione che li avrebbe resi ricchi e odiati, leggendo le medesime mappe e non capacitandosi dell’utilità di conoscere la dislocazione di un “vallo difensivo” o di una “trincea logistica” nei pressi del Duomo cittadino, tentarono una soluzione portandosi dietro le mogli. Quelle, grazie alla cerchia di amiche ben informate, conoscevano la posizione di una qualsiasi strada cittadina a patto di sapere dall’ignaro cliente di turno, oltre al nome, superfluo, della via, anche il nome di almeno una zitella ovvero di una “poco di buono” che abitasse nella contrada richiesta. Dopo poche settimane il metodo fu abbandonato per i problemi sorti con i cercatori di dote (ovvero di), in incognito, attratti dalle estemporanee progenitrici delle moderne hostess. Finalmente un garzone di fornaio ebbe la brillante idea di disegnare i percorsi da seguire all’alba su alcuni fogli di carta che poi ripiegava a mo’ di berretto. Si disse allora che il ragazzo aveva capacittà e avrebbe fatto molta strada, in bici. Da lì, grazie alla stampa e alla rilegatura, il passo fu breve: era nato Tuttostrade! Quando furono inserite anche le piazze il nome dell’utilissimo stampato cambiò in Tuttostradeepiazze, infine, con l’indicazione dei più caratteristici monumenti, ristoranti e casini del posto, si giunse all’attuale Tuttocittà. L’elencazione delle strade in ordine alfabetico si deve un’astuta levatrice quando si rese conto che il suo intervento sarebbe stato molto più veloce con le puerpere se tutte le piazze fossero state catalogate sotto la P, i viali, le vie e i vicoli sotto la V e i larghi sotto la XL.
Oggi ci affidiamo al GPS, acronimo di Gira Poi Sosta (in attesa di un passante che ti indichi la strada), mentre il caro vecchio Tuttocittà giace abbandonato e stropicciato in una delle tasche dello sportello in attesa dell’ultimo momento di gloria quando, presi ormai dallo sconforto, ci ricorderemo che è più facile leggere uno schema a battaglia navale piuttosto che convincere il GPS che la strada che ci sta indicando è in effetti la più breve, sì… ma solo se si proviene da Berlino.

***

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Il libro

Un campanile

Un orologio

Passi a distanziare

Tempo da trascorrere

Partire

Voltata la pagina
C’è ancora
Un intero libro
Da scrivere

Il libro misterioso (versione Tarantino)

658e4597887e63934604db07be189fd4.jpgLou entrò nella lercia biblioteca del South Side sfregandosi con leggerezza il pizzetto. Non sopportava quella checca della quinta strada ma quel giorno aveva trovato il buco di Tommy Fast Scissors chiuso e non poteva presentarsi a lavoro con la barba fuori posto. Lou non sopportava gli stronzi con la barba fuori posto. Soprattutto sul lavoro.
“Non puoi entrare in banca conciato così!”, disse un giorno al rosso detto Lucky Red. “Perché no? E’ solo la barba di un giorno!”, rispose strafottente l’altro.
“Perché qui comando io e non voglio pulciosi barboni con me, ecco perchè”. “Fammela te adesso se sei tanto duro” furono le ultime parole dette da Lucky, quel giorno un po’ meno fortunato del solito.
Lou tastò il ferro sotto la giacca e con il libro in mano si avvicinò alla puttanella che, vestita com’era, sembrava essere stata messa lì apposta per soddisfare il primo venuto. Non so se mi spiego…
“Ciao piccola”, le disse.
“Uh?”, mugugnò lei senza alzare lo sguardo dal cesso di tabloid che stava sfogliando e continuando a masticare la gomma che gli riempiva la bocca.
“Non mi piace la ragazza”, pensò Lou. Si passò il pollice destro sulle labbra e ringhiò: “Sto cercando un fottuto libro”.
“Sei cieco chicano? Qui è pieno di strafottuti libri, quale cazzo vuoi?!”, biascicò lei, sempre senza alzare gli occhi e ruotando la mano destra sulla testa a indicare gli scaffali.
“Un po’ di educazione non le farebbe male”, considerò Lou e mettendole sotto il nasino rifatto il libro spesso cinque pollici disse secco: “Questo!”.
Con il grosso libro che le copriva la visuale finalmente la ragazza si decise a mollare la rivista e, con disgusto mal celato, chiese: “Che roba è?”.
“La lista della spesa di nonna Papera!”, esclamò lui. “Non lo vedi da sola cos’è?”. “Certo che lo vedo, è la raccolta di carta igienica di un pazzo”.
“Molto spiritosa, davvero”, disse Lou sempre più spazientito. “Invece è il libro mastro dei 101 Sapienti. Sai chi sono?”.
“No”, e sfogliando il libro, “ma da quello che vedo, cioè niente, forse sono dei vecchi rincoglioniti che devono cambiare in fretta spacciatore. Stesso consiglio che do a te”.
Ormai fuori di testa Lou le strappò il libro di mano, le afferrò il mento e fissandola dritta negli occhi soffiò: “100 sapienti scrissero tutte le verità su questo e l’altro mondo, il 101° le cancellò perché restassero segrete”.
“Ah!”, mormorò lei , ora un po’ intimorita. “E non riesci a trovarlo?”, disse con tono ironico dopo essersi liberata.
“No. Ma tu l’hai visto”, sentenziò lui e poi, con voce ispirata: “Le porte dell’abisso si apriranno sugli empi e la luce risplenderà sui giardini di Gerico. Ezechiele 24:7”. Estrasse la fedele S&W e senza esitare un attimo le sparò dritto in fronte. Chiuse il libro, si toccò il pizzetto e, uscendo, si chiese quanti mesi ci avrebbe ancora messo per trovare il libro e, soprattutto, quando diavolo avrebbe riaperto Tommy Fast.

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Il libro misterioso (versione originale)

Il tipo con la barba si avvicina alla bibliotecaria.
«Scusi», dice.
«Prego», dice la bibliotecaria.
«Sto cercando un libro, ma non lo trovo», dice il tipo.
«Quale libro?», dice la bibliotecaria.
«Questo», dice il tipo: e porge alla bibliotecaria un libro molto spesso, con la copertina completamente bianca.
«E che libro è?», domanda la bibliotecaria.
«È un libro sul nulla», dice il tipo. «Parla del vuoto, del bianco, dello zero, di tutto ciò che non c’è o, se c’è, non ha contenuto».
La bibliotecaria prende il libro dalle mani del tipo. Lo sfoglia.
«Ma ha tutte le pagine bianche!», esclama.
«Certo», dice il tipo. «Non per niente è un libro sul nulla».
«Capisco», dice la bibliotecaria. «E dice che non riesce a trovarlo».
«No», dice il tipo. «Non lo trovo. Lo sto cercando da mesi, e non riesco a metterci le mani sopra».
(dal concorso “esercizi di stile” – comune di Este 2005)