giovedì, 03 maggio 2012

Raccontami o Liva...

porci.jpgRacconto che partecipa alla Royal Rumble su La Tela Nera. Era richiesto che all'interno della trama fosse inserita una ricetta e che la ricetta stessa o un suo ingrediente o la sua preparazione avessero un ruolo centrale nella trama. Anche a voi il giudizio.

Il rovescio è servito


1. La spesa

La foschia emersa dalla campagna con i primi raggi di sole stava già svanendo quando Saverio, allegro per quel giugno così promettente, uscì dal negozio per sistemare davanti alla vetrina le cassette con la frutta fischiettando il motivo che stava sentendo con l'Ipod.
Il montanaro gli comparve accanto alla solita maniera, come se sbucasse da un foro spazio temporale collocato proprio di fianco all’ingresso del fruttivendolo.
«Buongiorno».
«Buondì», rispose Saverio dopo un attimo di sorpresa impiegato a liberarsi gli orecchi.
Di un’età indefinibile per colpa della folta barba rossiccia che copriva il volto fino a metà zigomi, anche l’aspetto dell’uomo era sempre lo stesso: capelli castani lisci raccolti in una lunga coda; cappello nero tirato fin sulla fronte; giacca e pantaloni di fustagno che dovevano avere anni; scarponi di poco più giovani.
Ma non cambia mai questo?, pensò l’ortolano, quindi, indicando il paniere che l’altro teneva appeso all’avambraccio sinistro, chiese: «Funghi?»
L'uomo non rispose, ma lento alzò la frasca di castagno, che fungeva da coperchio, e svelò una nidiata di porcini talmente perfetti da sembrare finti.
«Accidenti che…» si trattenne Saverio, poi ricordò che quel tipo non aveva mai discusso sul prezzo, nemmeno una volta, e si rilassò. I funghi profumavano come se fossero stati appena colti; al tocco erano sodi come sassi.
«Belli, davvero belli. E sani. Dove li hai trovati?»
«Valbruna».
«In Valbruna? Sono anni che nessuno mi porta un fungo trovato lì, bravo… Quanti sono?»
«Quasi tre chili».
«Pochi, peccato, funghi così sono rari. Facciamo trenta per tutti?»
Il montanaro rifletté un paio di secondi, dopodiché annuì quasi impercettibile con il mento e offrì il paniere. Tre minuti più tardi era di nuovo scomparso nel suo universo parallelo.
Saverio mise da parte due funghi tra i meno appariscenti, Oggi frittino!, e dispose gli altri nella cassetta più esterna della sua esposizione di frutta e verdura, infine scrisse “30 euro al kg” su un cartoncino che incastrò tra le cappelle castano scuro.
Alle dieci la cassetta era già vuota.

Ore 12:59
La chiamata dalla caserma sorprese il maresciallo Tordo mentre stava per addentare un porcino cotto alla griglia nella trattoria di sopra, che si distingueva da quella di sotto soltanto per la collocazione rispetto alla strada principale del paese, lungo la quale erano concentrate quasi tutte le attività commerciali del posto.
Incastonato in una valle sul versante ovest dell’Appennino tosco-romagnolo, il piccolo comune sprizzava pace e tranquillità da ogni mattone. Il maresciallo Tordo lo adorava dal primo giorno che ci aveva messo piede, dodici anni prima.
«Pronto!»
«Maresciallo, sono Bruni, dev’essere successo un guaio al bar Stadio».
Un guaio? «Che guaio?»
«Non ho capito bene, al telefono il barista urlava… Comunque se esce lo vede da sé».
Posando controvoglia la forchetta con il boccone già infilzato, il maresciallo si alzò e si affacciò dalla porta a vetri del locale. Cento metri più in là, in direzione della chiesa, vide un gruppo di persone che si accalcava davanti al bar coprendo l’origine di una piccola colonna di fumo, Ma che minchia è? Con un improvviso senso di apprensione, il sottufficiale dell’Arma afferrò il berretto e uscì di fretta per rientrare appena due secondi dopo.
«Lascia stare quel raviolo e seguimi!», ordinò all’appuntato De Carli, che non si era mosso dalla sua sedia.


2. L’antipasto

600g di porcini
una foglia di alloro
4 bacche di ginepro
un ciuffo di maggiorana
uno spicchio d'aglio
un cipollotto
un cucchiaio di succo di limone
olio

Affettate sottili il cipollotto e l'aglio, metteteli in un pentolino con 6 cucchiai d'olio, unite le bacche di ginepro, qualche granello di pepe e la foglia di alloro. Fate scaldare su fuoco basso finché cipollotto e aglio saranno appassiti (non devono assolutamente soffriggere). Spegnete il fuoco, fate raffreddare, unite la maggiorana e lasciate riposare per ore. Affettate i porcini, spruzzateli con il succo di limone, insaporiteli con una presa di sale e un'abbondante macinata di pepe e conditeli con l'olio aromatico filtrato attraverso un colino. Distribuite nei piatti e servite.


Ore 12:54
Il vecchio campo sportivo era stato smantellato molti anni prima, ma il bar Stadio era sopravvissuto mantenendo in sé il centro di gravità irresistibile per tanti scansafatiche della zona.
Claudio Burberi e Riccardo Cenni si conoscevano da sempre, tanto che nessuno dei due ricordava la prima volta che aveva incontrato l’altro. Riccardo, però, ricordava bene la prima volta che da bambino era finito nei guai al posto dell’amico. In quella circostanza si era trattato di un banale scherzo alla perpetua, ma in seguito, con l’avanzare dell’età, erano peggiorati sia i danni causati da Claudio che le conseguenze pagate da Riccardo finché, da adulti, il livello degli spregi aveva raggiunto l’impudenza. In più, Burberi non perdeva occasione per elogiare in pubblico le proprie bravate, come quella volta in cui, beccato in quasi flagranza con una signora, aveva fatto in modo di dirottare lo sfogo del marito cornuto verso l’amico. Oppure di quando, senza avvisarlo, aveva piantato della marijuana nel giardino di Riccardo, e questi si era liberato delle pianticelle appena in tempo per eludere un controllo dei carabinieri.
Alla fine, nonostante le menzogne, i tiri mancini e i tradimenti, Riccardo rimaneva comunque fedele all’amicizia assorbendo i colpi in silenzio; anche per questo era da sempre noto con il soprannome di Secchio, mentre Claudio, per il motivo opposto, era diventato il Gorpe, storpiatura dialettale della parola volpe.
Claudio prese la tazzina con il caffè corretto e si fermò a guardare la televisione, Riccardo invece uscì a prendere un po’ d’aria con in mano il secondo bicchiere di amaro, Nemmeno un’insalata di funghi so farmi.
Non erano trascorsi tre minuti, che anche il Gorpe andò a sedersi fuori su una delle vecchie sedie a corde di plastica gialla.
«Hai sentito, Secchio? Il telegiornale ha detto che lo spread scenderà e le borse risaliranno. Finalmente i miei investimenti si riprenderanno».
«Come?» chiese Riccardo massaggiandosi la pancia.
«Come? Non lo so come…»
«No, intendevo, cos’hai detto?»
«Le borse risaliranno e lo…»
«No, no, dopo».
«Che prima o poi riavrò i miei soldi».
«Quali soldi, scusa? Se non hai mai un euro», lo derise il Secchio.
«Quelli che ho investito».
«E dove li avresti trovati, scusa?»
«Beh…»
«Allora?»
«L’anno scorso…»
L’anno scorso? La verità arrivò come una sassata. «I sessantamila che ho ereditato da mia madre!»
«Sì».
«Ma te li ho dati per ripagare i debiti di gioco con quel serbo, giù in città…» Tutto ciò che avevo!
«Vero».
«…come si chiamava?» Coglione!
«Ivan».
«Boris», corresse Riccardo, stringendo gli occhi.
«Boris, giusto».
«Mi avevi detto che era una questione di vita o di morte…»
«Cazzo come la fai lunga! Tanto a te non servivano!»
«…che Boris ti avrebbe tagliato le palle se non glieli avessi ridati subito».
«Lo sai com’è…»
«No, com’è?»
«Sono cose che si dicono, ma poi mica t’ammazzano sul serio, sono albanesi…»
«Serbi».
«Serbi, albanesi, è uguale. Ma dove vai?»

Ore 13:09
Senza distogliere lo sguardo dalla scena devastante che aveva di fronte, il maresciallo Tordo si rivolse di nuovo al barista, un piccoletto uguale spiccicato a Lino Banfi: «Ripetimi la fine».
«Niente, il Gorpe ha preso il caffè, mentre il Secchio mi ha chiesto un altro amaro perché non digeriva i porcini, così mi ha detto, quindi è uscito. Dopo un po’ anche il Gorpe è uscito ridendo soddisfatto, chissà per cosa. A questo punto non so che è successo, c’avevo da fare, lavoro io, eh!»
«Lo so, lo so, ora vai avanti».
«E, niente, dopo qualche minuto, dallo specchio che c’è sopra la macchina del caffè, ho visto l’auto del Secchio piombare a tutta velocità sui tavolini fuori. Il resto lo vedete da soli: l’ha schiacciato contro il muro. E meno male che c’era solo lui a sedere».
«Meno male, sì».
«Povero Gorpe, che fine. Chissà perché il Secchio l’ha puntato».
«Puntato?»
«Certo, gli è arrivato addosso dritto come un treno, per me l’ha puntato».
«Va be’, le indagini lasciale fare a noi». Tordo non riusciva ancora a crederci, Eppure è successo proprio qui, nel mio paese.
«Senta, maresciallo…»
«Dimmi».
«Niente, ma secondo lei, l’assicurazione del Secchio me li ripaga i danni?»
«E che ne so io!» Ma senti questo!
In quell’attimo il cellulare di De Carli emise la sigla di Mazinga Z. Il militare si affrettò a rispondere, quindi passò l’apparecchio al maresciallo: «È il brigadiere Bruni, dice che il suo è irraggiungibile».
«Cambiare suoneria no, eh? Da’ qua… Pronto?»
«Maresciallo, c’è stato un altro omicidio».
«Come un altro? Che minchia dici?»
«Alla casa del pasticciere. Ha chiamato il Giachetti ora, dice che il Pasta...»
Non è possibile! «I dettagli me li racconti tra un minuto, ora mandaci subito… coso… tizio».
«In caserma ci siamo io e l’ausiliare. È sabato, gli altri stasera faranno il pattuglione alcolisti».
Minchia! «Allora facciamo così: aspetta De Carli che ti porta Riccardo Cenni, in un minuto sono lì; chiudi in cella l’arrestato e mi rimandi De Carli qui; poi corri laggiù e appena posso io ti raggiungo; in ufficio lasciaci il ragazzo, tanto basta che risponda al telefono e non faccia scappare il Secchio. Ah, siccome qui l’ambulanza ormai non serve, dirottala pure alla casa del pasticciere, capito tutto?» Che casino!
«Più o meno, io però sono senza auto», si lamentò il brigadiere.
«E che vuoi? Una carrozza? Telefona al 118 e prepara la cella, muoviti!»


3. Il primo

300g di porcini
60g di farina saraceno
35g di farina bianca
un uovo
un albume
1.5L di latte
burro
un pizzico di peperoncino
150g di prosciutto cotto affumicato
150g di fontina
4 cucchiai d'olio
uno spicchio d'aglio
un cucchiaio di prezzemolo tritato
2dl di besciamella
3 cucchiai di parmigiano grattugiato
sale
pepe

Preparate le crespelle: mescolate i 2 tipi di farina, unitevi il peperoncino, l'uovo e l'albume, il latte e 2 o 3 cucchiai di acqua; salate, amalgamate il tutto e lasciate riposare per circa un'ora. Con il composto preparate le crespelle cuocendole una alla volta in un padellino antiaderente imburrato. Fate trifolare i funghi affettati per circa 20 minuti nell'olio, con uno spicchio d'aglio, sale e pepe e unite il prezzemolo tritato. Disponete le crespelle sul tagliere e farcitele con una fettina di prosciutto, la fontina a fettine e i funghi trifolati. Ripiegate ogni crespella in 4 e disponetele in una teglia sul cui fondo avrete distribuito un velo di besciamella, poi nappatele con la besciamella rimasta, cospargetele di parmigiano e distribuite in superficie fiocchetti di burro. Cuocete in forno già caldo a 180° per 25 minuti.


Ore 13:03
Aurelio Fonte abitava verso valle, in fondo al centro abitato in una casa di inizio ‘900 dall’intonaco bianco, detta del pasticcere nonostante il proprietario all’origine del toponimo avesse chiuso la bottega al piano terra già durante la seconda guerra mondiale.
Dopo pranzo Aurelio uscì per gettare l’immondizia; nella mano destra teneva il sacchetto con la plastica e il vetro, nella sinistra, con qualche difficoltà dovuta all’artrite, i due con l’umido e l’indifferenziato. Ormai in quiescenza, come sottolineava lui stesso quando gli chiedevano della vita da pensionato, Aurelio Fonte era stato maestro nella scuola elementare per quasi trent’anni. Intere generazioni di bambini e bambine vocianti e insolenti erano passate sotto la sua guida senza che un solo alunno lo avesse mai visto perdere la calma. In realtà, neanche fuori dalla scuola qualcuno ricordava un suo scatto di nervi, un gesto o una parola dettati dalla rabbia. Per questa bontà, oltre che per l’indirizzo di residenza, nei discorsi domestici o al bar tra amici, in canonica o in comune, Aurelio Fonte era per tutti il maestro Pasta o, semplicemente, il Pasta.
Con un noioso fastidio allo stomaco, ma assaporando il calore pomeridiano, Aurelio attraversò la strada sovrappensiero. Single da sempre suo malgrado, da sempre il maestro aveva dimestichezza sia con gli ingredienti che con le cotture; la sua era una vera e propria passione che sapeva sfruttare al meglio soprattutto con i primi e la pastasciutta. Una ragione in più per il mio soprannome, aveva valutato un giorno, ridendoci sopra.
Tra gli altri rifiuti, nel sacchetto dell’umido giacevano anche i resti dell'occorrente per preparare le crespelle secondo la ricetta di sua madre, L'unica degna di essere imitata. Ne aveva preparate per quattro persone, una porzione l’aveva già offerta al Giachetti, il suo vicino, altre due le avrebbe portate nel pomeriggio a sua nipote, Sono sicuro che le...
Lo stridore di gomme sull’asfalto lo ridestò quando si trovava sulla linea bianca di mezzeria. Il paraurti di una Fiat qualcosa toccò una delle buste facendo tintinnare il vetro. Sospirando, Aurelio si voltò verso l’autista e sorrise, grato.
L’uomo, un ventiduenne vestito da muratore, uscì dall’auto bestemmiando.
«Che cazzo fai, Pasta?» gridò senza un minimo di rispetto.
Aurelio lo riconobbe subito, era Fabrizio Terzi, uno tra i tanti suoi ex allievi che aveva sopportato per anni mentre lo deridevano. Benché capace, dopo le medie Terzi aveva sprecato tempo e attitudini dietro a futili e pericolosi passatempi come le ragazze e le pasticche; ora faceva il manovale nella ditta di un amico un po' più sveglio di lui.
«Ciao Terzi, come…»
«Ma che ciao e ciao, vecchio scemo! Manca poco t’ammazzo!»
Mentre l'uomo urlava, il maestro gli si avvicinò stringendo gli occhi.
«Sì, ma è andata bene, quindi perché non ti calmi…» in fondo sei un bravo ragazzo, lo so.
Con una manata a una spalla Terzi spinse Aurelio, che perse la presa delle buste. Il rumore basso e soffocato di una bottiglia che si rompeva fece da controcanto alla voce del giovane.
«Mi calmo un cazzo! Finocchio di merda!»

Ore 13:28
«E poi?» chiese il maresciallo Tordo all’anziano che, richiamato dalla frenata, si era affacciato con in mano una tazza fumante di caffè d’orzo.
«Poi? Poi… poi il maestro, senza dire nulla, in un secondo ha afferrato tra le mani la testa di Terzi e gliel’ha sbattuta contro lo spigolo della portiera aperta. È stato così veloce e ha usato una tale forza che... l'avete visto com'è ridotto il ragazzo. Un colpo secco, pam! Il vecchio Aurelio sembrava un uomo forzuto, uno di quelli che fanno la boxe finta alla tivù...»
«Il wrestling».
«Il vresti, sì! La testa del povero Terzi si è aperta proprio come un cocomero. E pensare che il maestro Pasta, con le sue mani sempre curate, non riusciva quasi a pulire i funghi. Proprio oggi ha fatto delle crespelle ai porcini da leccarsi le dita. Chissà se riuscirò a mangiarle stasera, con questo spettacolo negli occhi…»
«Va bene, per ora basta così, più tardi in caserma la prenderemo…» il cellulare del maresciallo squillò per l’ennesima volta facendo apparire il numero della caserma, Tordo ebbe un presentimento, «...a verbale».
Con un gesto fermò l’ambulanza che se ne stava andando: anche lì, come al bar, ormai serviva un carro funebre, Ma altrove?
Per qualche secondo il carabiniere considerò seriamente l’ipotesi di non rispondere e scomparire per sempre, magari su una di quelle isole caraibiche che gli sarebbe tanto piaciuto visitare da giovane.
«Pronto».
«Maresciallo?»
«Sì».
«Sono il carabiniere ausiliare…»
«Lo so chi sei, che c’è ora?»
«È successo di nuovo…»
Lo sapevo che dovevo scappare. «Non è possibile!»
«Purtroppo sì, è successo…»
«Avvisa il Comando Compagnia», Io ne ho abbastanza!
«L’ho già fatto, maresciallo, me l’ha ordinato lei già prima…»
«Va bene, va bene, che hanno detto?»
«Che il PM lo tengono aggiornato loro e la scientifica è già per strada».
E sia. «Okay, ora puoi dirmi dove dobbiamo andare noi».
Mentre ascoltava l’indirizzo e il nome di chi aveva telefonato al 112, Tordo si strofinò gli occhi, Ma che minchia sta succedendo in questa minchia di paese? Quindi mise in attesa la telefonata e si rivolse al brigadiere Bruni.
«Prendi l'auto e porta il maestro Fonte in caserma, poi torna qui. Quando i colleghi del RIS saranno arrivati, ti dai una mossa e mi raggiungi a casa Terenzi, intanto io ci vado con l’ambulanza. E speriamo sia finita», Sennò riemigro, minchia!
Salendo sul mezzo della Croce Rossa riportò l’apparecchio all’orecchio, «Ragazzo ci sei? Ragguagliami».


4. Il secondo

Un kg di porcini non troppo piccoli
500g di patate lessate al dente
400g di pomodori
uno spicchio d'aglio
4 cucchiai d'olio
200g di parmigiano grattugiato
2 rametti di basilico
sale
pepe

In un tegame fate dorare nell'olio l'aglio, unite i pomodori pelati privati dei semi e tagliati a tocchetti, salate, pepate e cuocete su fuoco basso per circa 20 minuti. Tagliate a fette, di circa un cm di spessore, i funghi e, di 5 mm circa, le patate. Distribuite sul fondo di una teglia 2 cucchiai di sugo di pomodoro, disponetevi sopra uno strato di patate, salate leggermente, poi fate uno strato di funghi e impolverate di parmigiano. Proseguite con gli strati fino ad esaurimento degli ingredienti, terminando con la salsa di pomodoro, col parmigiano e foglie di basilico. Cuocete in forno già caldo a 180° per circa 30 minuti.


Ore 13:21
Il paese era piccolo, tutti sapevano tutto di tutti e le chiacchiere dietro le spalle erano quasi una necessità per sopravvivere alla noia.
Nella famiglia Terenzi regnava una tale armonia, però, che i vicini, per trovare qualcosa su cui valesse la pena sparlare, erano costretti a inventarsi storie di corna mai comprovate.
La signora Terenzi, al secolo Rosa Giugni, svolgeva a tempo pieno l'attività di casalinga. La sua era una vera e propria missione, che assolveva con dedizione e spirito di sacrificio, come si addice a ogni donna degna di rispetto. Il parroco, in più di una riunione dei catechisti, l'aveva citata quale esempio di moglie e madre pienamente e profondamente cristiana. D’altro canto, nessuno l’aveva mai sentita lamentarsi, né del marito, con il quale si era fidanzata appena quindicenne, né della loro vita matrimoniale, che ormai stava per tagliare il traguardo delle nozze di porcellana.
Giorgio Terenzi era ragioniere nell'unica fabbrica della zona degna di questo nome. Padre affettuoso e premuroso, non aveva mai fatto mancare nulla a Rosa e ai loro due figli, Andrea, di dodici anni, e Giulia, di sei. Da bravo capo famiglia gestiva di persona le finanze di casa e provvedeva abilmente alla manutenzione della loro villetta. Un uomo così di sicuro avrebbe vinto, se mai fosse esistito, il premio annuale del marito perfetto, peccato che con gli anni avesse coltivato, oltre alla famiglia, un’altra passione per niente nobile, nota soltanto a sua moglie.
Rosa e i bambini finirono i porcini alla parmigiana, parlando della scuola e delle lezioni da fare nel pomeriggio. Quando lei si alzò per andare in cucina a prendere il roast beef, Giorgio, che di solido non aveva toccato nulla, la seguì.
Nel momento in cui la donna iniziava a tagliare la carne, l’uomo le si attaccò alla schiena e alitando alcol puro le bisbigliò: «Dopo mi dai il culo, amore?»
Anche Rosa rispose sottovoce: «Smettila. Mi fa male lo stomaco e tu sei ubriaco un’altra volta…» Signore, ti prego, non di nuovo.
«E allora? Non ti piace quando sono ubriaco?»
«Lo sei sempre più spesso e ogni volta di più, io non…» ce la faccio più!
«Vuoi che ti ammazzi di botte?» Giorgio le strinse le braccia, «È questo che vuoi? Ti piace quando ti picchio, vero?»
«Giorgio smettila, mi fai male. Ci sono i bambini…» implorò Rosa, stringendo gli occhi.
«I bambini li mandiamo dalla nonna, così restiamo soli e ti sfondo il culo, che ne dici? O preferisci succhiarmelo come l'altra sera, eh?»
Le mani lasciarono la presa e iniziarono a frugare sotto i vestiti; grosse lacrime si mescolarono con il sangue sul tagliere.
«Giorgio, ti prego, ti prego, no…»
«Sei una troia, lo so, e me lo vuoi succhiare, vero? Dillo, dillo!» gridò l’uomo.
Appena lo sentì, Andrea fece cenno alla sorella di fare silenzio e si alzò.

Ore 13:56
Da quando erano arrivati, il ragazzo non aveva detto una parola, proferito un lamento, mosso un dito, nulla. E nemmeno piangeva.
Il dottore si offrì di portarlo via assieme alla sorella. Tordo acconsentì subito, sollevato per non dover udire ciò che il ragazzo poteva raccontare, Almeno questo la farà qualcun altro.
Fu in quell'istante che Andrea Terenzi aprì la diga tutto d’un fiato.
«Mamma tagliava qualcosa, sì, tagliava. Babbo invece era alle sue spalle, attaccato, così. Non li avevo mai visti così, mai. Lui bisbigliava, sì, e mamma piangeva, piangeva, poi, poi lei si è voltata di scatto, così!» Mimando il gesto con il braccio destro alzato e il pugno chiuso, per poco il ragazzo non colpì l’infermiera che gli stava alle spalle. «E allora il sangue è esploso! Sangue, sangue, sangue… Babbo si teneva la gola, sì, la teneva ma il sangue usciva, usciva lo stesso, e poi lui è caduto, e… e mamma piangeva, e io… io…»
«Basta così, ragazzo, basta così. Dottore...»
«Sì?»
«Ci pensi lei». Tre omicidi, in tre luoghi diversi, qui, nel mio paese e in meno di un’ora, questa è follia pura!
«Stia tranquillo. E la madre?»
«L’ha sedata?» A meno che non sia affatto follia.
«Sì».
«Appena possibile sentiamo il PM dove vuole che la portiamo, in caserma abbiamo giusto due celle e sono già occupate, ma…» cos’è questo profumo?
L’intuizione fu improvvisa.
«Cosa c’è lì dentro?», domandò il maresciallo all’infermiera, indicando una pirofila sul tavolo accanto alla donna.
«Mi sembrano avanzi di un pasticcio di funghi, forse porcini alla parmigiana. L’assaggio?»
«Non importa, grazie!»
Frenetico il Tordo uscì dalla stanza e compose il numero dell’appuntato De Carli.
«De Carli, sono io. Sei ancora al bar?»
«Sì».
«Corri dall’ortolano!»
«Saverio?»
«Sì!» Sveglia!
«Perché?»
«Perché te lo ordino io! E perché voglio sapere se stamani ha venduto dei porcini, e se sì a chi, vai!» Minchia!
«Vado!»
Tordo attese impaziente qualche secondo con in sottofondo la corsa ansimante di De Carli, poi sbottò: «Allora?»
«Un attimo... ci sono… eccomi… è chiuso!»
«Minchiazza!»
«Cosa?»
«Niente, torna al bar, io vado a casa di Saverio».
«Ma sta in frazione Corda, gli telefono?»
«Inutile, non hanno linea fissa e lassù non c’è campo. Ci vado in ambulanza, anzi no, è appena arrivato Bruni, vado con la Panda».
Chiuso il telefono, si fece consegnare le chiavi dell’auto dal brigadiere, intanto lo mise al corrente della sua idea: «Probabilmente è una fesseria, ma tentare non ci costa nulla. Quelli del RIS sono arrivati?»
«Sì, due squadre, una al bar e l'altra alla casa del pasticciere. I primi che finiscono verranno qui. Il loro responsabile ha detto che se li avessimo avvisati, che si trattava di una strage, veniva su tutto il reparto».
Coglioni. «Simpatici. La signora Terenzi è sull’ambulanza, appena ci dicono dove la dobbiamo portare ti muovi con lei».
«E i bambini?»
«Per i bambini… chiama la loro zia, la sorella della signora Rosa, falla venire di corsa. E Bruni, mi raccomando, tieni tutti fuori dalla cucina, là dentro è un lago di sangue, ci mancherebbero solo le pedate di qualche curioso, per la felicità del RIS».


5. Il contorno

600g di funghi porcini
1 uovo
farina
olio extra vergine di oliva
sale

Tagliate i funghi a pezzi, infarinateli, passateli nell'uovo sbattuto. Friggetene pochi per volta in abbondante olio bollente. Ritirateli ben dorati, asciugateli su carta assorbente. Salate. Servite subito.


Ore 13:48
Saverio viveva con un anziano zio, Giuseppe, in una località di appena quattro case in pietra e tetto a spiovente. Arrampicata in una valle laterale, contava solo altri tre abitanti: una coppia eccentrica di tedeschi, che da quella primavera aveva deciso di abbandonare Norimberga per una vita più salutare e vera sulla montagna italiana, e il loro figlio appena nato.
L'arrivo dei tre nel piccolo borgo non aveva rallegrato l’ortolano, anzi, adesso doveva stare attento, qualcuno di loro avrebbe potuto sentire suo zio lamentarsi.
Dieci mesi prima, Giuseppe era stato colpito da un ictus che tuttora gli impediva la deambulazione e l’uso della parola. Al termine della degenza in ospedale, Saverio si era imposto per poterlo accudire da solo. Salgo io ad abitare con lui, vedrete che presto si riprenderà, aveva detto ai parenti che, sollevati, elogiarono quel gesto come un misto tra riconoscenza e ossequio. Alla luce delle rarissime visite che Giuseppe ricevette nei mesi successivi, la mossa di Saverio era risultata quella che lui sperava: una comoda liberazione dall’impiccio per tutti gli altri. Nelle motivazioni di Saverio infatti non c’erano né riconoscenza né, tanto meno, ossequio, ma unicamente interesse per i tanti beni che Giuseppe era riuscito ad accumulare di nascosto, scansato dal parentado per la sua taccagneria. Di nascosto a tutti, tranne che al suo defunto fratello e al figlio di questi, al quale non restava che farsi nominare erede universale.
Agli inizi Saverio aveva tentato di convincere Giuseppe con le buone, ma in poche settimane la tenacia dello zio e la fatica della vita da badante fruttivendolo avevano avuto la meglio, allora aveva cambiato piano. Con calma, nelle lunghe serate invernali, aveva redatto un inventario e preparato un testamento olografo che alla prima occasione, presentatasi sotto forma di attacco febbrile, aveva fatto firmare a un Giuseppe impaurito e remissivo. E poi che lo impugnino pure, vedremo chi la spunta.
Appena il gioco fu fatto, Saverio iniziò a trascurare Giuseppe e, non potendo certo rischiare un’indagine per omicidio, divennero prassi le torture sottili.
Con i porcini fritti nel piatto, Saverio si sedette davanti allo zio a digiuno dalla sera prima, quando il nipote gli aveva dato una manciata di riso lesso.
«Ti piacciono, zio, vero?»
Bloccato sulla sedia a rotelle, ormai ridotto a pochi chili, con la pelle diafana che sembrava rimanere attaccata allo scheletro giusto per miracolo, il vecchio lo fissava senza emettere un suono. L’aspetto terribile e il fatto che l’invalido si esprimesse a gesti o con suoni gutturali incomprensibili avevano dato a Saverio la falsa convinzione che lo zio fosse anche rimbecillito. Negli occhi di Giuseppe, invece, la luce brillava più che mai attenta.
«Lo so, hai sempre avuto un debole per i porcini, e anch’io, in questo siamo proprio uguali».
L’odore del fritto aleggiava nella cucina attaccandosi a ogni tessuto. Saverio mangiò ogni singolo pezzo masticandolo lento e con gusto. Ogni boccone era un’istigazione per Giuseppe, che però non reagì. Quando il pasto fu terminato, il fruttivendolo bevve un bicchiere di rosso e ruttò soddisfatto.
«Alla tua salute, zio, che ti molli presto, vecchio stronzo».
A quelle parole, Giuseppe strinse gli occhi e sorrise. Saverio se ne accorse, ma prima di poter urlare un’offesa qualsiasi, una fitta allo stomaco gli tolse il respiro.

Ore 14:33
Il maresciallo Tordo entrò nella casa di Giuseppe e Saverio da una finestra aperta al primo piano. I tedeschi che gli avevano prestato la scala non capivano tanta urgenza, però sembravano contenti di aver aiutato la locale autorità di polizia.
Dopo un minuto di colpi inutili alla porta, Tordo aveva iniziato a preoccuparsi. L’auto di Saverio era parcheggiata davanti casa e infatti i tedeschi avevano visto il fruttivendolo rientrare, anzi, lui si era fermato a mostrargli zwei bello Pilze che, dai gesti, il maresciallo intuì doversi trattare di due funghi.
«Saverio? Giuseppe?» chiamò il carabiniere.
Era entrato nella sala dell’abitazione che una volta doveva essere stata di qualche boscaiolo, in altri tempi l’unica attività possibile su quelle montagne. Sul lato opposto alla finestra c’era un caminetto; ai fianchi due porte di legno verniciato per parete, chiuse. Scansando la mobilia logora e la sporcizia, Ma chi ci vive qua dentro, Shrek?, Tordo aprì la prima porta alla sua sinistra e si affacciò in una camera con al centro un letto ortopedico e attorno biancheria sporca buttata alla rinfusa; l’olezzo di disinfettante gli serrò la gola, in fretta si voltò e richiuse. Passò quindi a quella alla sua destra: stavolta si trattava di una stanza con un letto disfatto e un armadio, rispetto al resto una vera suite. Continuando a chiamare, raggiunse il focolare e vide i resti di un piccolo falò recente, Shrek brucia carta, uso bollo, a giugno. Mah. La porta successiva dava in cucina, appena fu dentro il maresciallo percepì l’odore, Porcini fritti, minchia! Anche lì non c’era nessuno, la preoccupazione ormai era quasi angoscia. L’ultima porta dava di sicuro nel bagno. Quando ci fu di fronte, Tordo avvertì un lieve rumore provenire dall’interno, istintivamente mise la mano sulla fondina e spinse il legno.
«Saverio?»


6. Dessert, caffè e ammazzacaffè

«Stava lavando Giuseppe?» chiese incredulo Bruni.
«Sì, nella vasca, con spugna e schiuma, ma non è questo lo strano».
«No?»
«No», proseguì Tordo, «entrambi stavano ascoltando musica classica con le cuffie. Saverio ha detto che è l’unico modo per far godere l'armonia a suo zio e in effetti Giuseppe sembrava contento».
«Ma come sta?»
«Il vecchio Beppe? Al di là dell'aspetto, mi pare bene. Comunque, visto il casino che hanno in quella casa, gli ho consigliato di farsi aiutare. Tra una settimana torniamo a vedere com’è la situazione e se c'è ancora quel porcile portiamo in ospizio Giuseppe e denunciamo Saverio per maltrattamenti».
«E i funghi?»
«Ha detto che li ha venduti alla Terenzi, al maestro e al Secchio. Più un paio che si è mangiato lui».
«Anche Beppe?»
«No, pare che a lui non piacciano».
«Ma Saverio da chi li ha comprati?»
«Da un tipo del quale non sa nemmeno il nome. Sono sicuro che non me l’ha raccontata giusta ma, d’altro canto, non possiamo incriminarlo per incauto acquisto di porcini».
«Direi di no. Chissà che gli è preso a tutti».
«Non so, forse è davvero tutto un caso però, nel dubbio, vai a prendere il Giachetti e fatti pure consegnare le crespelle».
«E che gli dico?»
«Che le sequestri perché servono al RIS».
«Per?»
«Per cena! Che ne so, inventa. A proposito, gli scienziati hanno finito?»
«Sì. E la Terenzi è piantonata in ospedale. Il Pasta e il Secchio, invece, sono già in carcere».
«Bene, ci vorranno ore per scrivere tutto. Mentre vai a prendere testimone e crespelle, faccio una pausa, c’è un porcino alla trattoria di sopra che mi aspetta da pranzo».
«Allora, buon appetito».

mercoledì, 11 aprile 2012

Ei fu, Dan (fucked) Brown

ripdan-brown.jpg?w=275&h=300Visto il successo ottenuto, eccovi i primi tre capitoli del raccontino che mi ha portato al podio di questo pseudoconcorso. Per capire di cosa si tratta e non impazzire cercando di comprendere da dove nasce la mia follia, dovreste leggere il bando e il testo da cui tutto ha avuto origine, in caso contrario, auguri.

Per sapere il resto e scoprire come va a finire dovrete aspettare che l'organizzatore del concorso abbia trovato un editore abbastanza folle da pubblicare i 10 racconti finalisti, oppure avrà deciso di non perdere più tempo a cercarlo.

ULTIMISSIME: Il libro si farà, preparatevi!

 

Dan Brown e il mistero della torre

***

 

I

 Venerdì 30 – sera

La scimmietta chiuse il cellulare e, con le lacrime agli occhi, annunciò: «Vale la regola dell'avventura. La Mamma è molto fiera di noi».

«Evvai!» urlarono tutte assieme.

«Bene, ora posso far esplodere l’elicottero?»

«E io posso andare ad Arcore?»

«Scrivo una poesia in memoria?»

«Eccomi, ho lasciato lo scalpo salato, Mamma ci saluta».

«Okay, okay, con calma... anzitutto: chi vuol fare a gara di sputi con me?»

 

 

ilogozioneta l' riununcia all'ito per rinuncia II

Venerdì 30 – notte

C’era un piccione che lo guardava dal balcone della camera al piano superiore. Al collo, ben visibile, un cartiglio. Era di sicuro lui, il messaggero che aspettava. Come se quello fosse un gatto, l’uomo pronunciò un richiamo antropofelino di ottima qualità, il columbide però non si smosse neanche di un centimetro continuando a tubare tronfio per la propria superiorità di volatile. In pigiama a righe rosse e verdi, sudando l’uomo si arrampicò sull’edera che copriva l’intera facciata dell’hotel e raggiunse il postino alato. Da vicino il piccione non sembrava affatto un piccione, sembrava una… lo scalatore non fece a tempo a focalizzare l’essere che quello prese piume e cartiglio e se ne volò via. Protendendosi in un estremo tentativo di cattura, l’uomo in pigiama perse la presa e cadde.

Cadde.

Dan Brown si svegliò sbattendo la testa al comodino.

Una bottiglia vuota rotolò sul pavimento, rimanendo miracolosamente intatta.

«Fuck Swedish bedside table», si lamentò l'uomo toccandosi la fronte.

Un telefono stava squillando soffocato, Brown grugnì e alzò la cornetta. Il suono non cessò.

Con fatica lo scrittore si alzò e, seguendo il trillo, raggiunse il divanetto dov'era appoggiata una scatola aperta. Frugando diffidente all'interno, tra i trucioli di plastica dell'imballaggio trovò un cellulare che si illuminava a intermittenza diffondendo la suoneria dei vecchi telefoni a disco. Lo scrittore guardò sospettoso l'apparecchio per qualche secondo, Fuck Finnish cellular phone, poi premette un tasto e ascoltò.

«Mister Langdon?»

«No… Who’s speaking

«Mi scusi se la disturbo a quest’ora, mister Langdon, sono Maurizio Palloni, il direttore del Centro Mondiale di Ricerca sul Lardo di Colonnata… il lardo, il centro è a Carrara…»

«I’m not Langdon! What fuck… Ma che ora è?» chiese Brown con un ottimo italiano appena sporcato dal tipico accento del New Hampshire. Guardando l’orologio a cucù vide che erano le due e diciotto, P.M. or A.M.? Fuck German cuckoo clocks!

«Sono le due passate, mister Langdon», confermò l’altro senza però chiarirgli il dubbio sul post o l'ante meridian. «Abbiamo urgente bisogno del suo aiuto».

«Io non sono Langdon», scandì lo scrittore, «mi chiamo Brown, Dan Brown e Langdon è…»

«Lo so, è in incognito», lo interruppe bisbigliando Palloni, «non si preoccupi, non ne farò parola con nessuno, mister… Brown», disse l’italiano con una risatina, «Come copertura una volta voi americani usavate tutti Fabbro, ma devo riconoscere che anche Marrone non è male».

Dan Brown sospirò e dopo aver rimaledetto il suo agente europeo, Questa è l’ultima volta che mi porta in tour da queste parti... ma perché penso in italiano? Fuck Italian idiom, chiese: «Di chi è questo cellulare?»

«Suo, ovvio».

«Ma come... perché...»

«Amici comuni, amici mooolto importanti, mi hanno consigliato di contattarla così», il tono allusivo era chiaro, ma chi fosse l’oggetto dell’allusione rimase per Brown un’equazione a tre incognite: chi, come, perché.

«Okay», cedette, «mi dica cosa vuole signor… Pal?»

«…loni. Sì, abbiamo immediato bisogno di lei qui, a Pisa».

«A Pisa?»

«Sì, raddrizzandosi, la torre… lei ha saputo che ieri notte la torre si è raddrizzata da sola, vero?»

«Sì, ho visto qualcosa in televisione».

«Bene, raddrizzandosi la torre ha fatto emergere una pietra molto antica su cui sono iscritti dei simboli sconosciuti».

«E allora?»

«Allora, essendo lei, mister… Brown», risatina, «il più grande esperto mondiale di simbologia religiosa, abbiamo pensato di approfittarne. Quando sarà qui le spiegheremo meglio».

«Ma cosa c’entra la torre con il… lardo di Colonnata?»

«Capirà tutto quando sarà qui. Una nostra auto la sta aspettando davanti all’hotel, verrà?»

Brown si mise a sedere sul bordo del letto e si rese conto di essersi addormentato senza spogliarsi. But yeah, anyway these conferences are killing me, «Okay» concluse, cercando di scacciare il mal di testa.

«Perfetto! A tra poco».

Aprendo le tende della camera, lo scrittore vide le luci dei lungarni e il fiume scorrere placido nell'oscurità. Il traffico era inesistente e il solito via vai di persone sembrava il ricordo di un altro luogo. Di certo non erano le due del pomeriggio.

«Fuck Sassicaia Doc».

 

III

Martedì 27 – sera

Rino guardò la carica di plastico attaccata alla porta e sorrise.

«Non sarà troppo potente?» gli domandò Tino.

«Certo che no, questa è la quantità giusta per un botto senza danni collaterali, vedrai».

«Ma…»

«Fermi!» li bloccò Lina urlando tra un salto e l’altro nel lungo porticato. «Ho appena ricevuto un SMS dalla Mamma. Prima di rientrare a casa dobbiamo comprarle una gigantografia della Primavera del Botticelli, dice che le somiglia».

«Il Botticelli?»

«Ma no! La Primavera!»

«E allora?» chiesero in coro Rino, Tino e Pino, che con un Iphone modificato stava vincendo il campionato mondiale di Poker Hold ’em su internet.

«Allora? Ha detto comprare, vi sembra il caso di far saltare, lo stesso, il portone degli Uffizi?»

«Certo che sì, così le portiamo l’originale».

«Non se ne parla nemmeno».

«Uffa! Sei sempre la solita guastafeste», si lamentò Rino.

«E allora», intervenne Tino, «come facciamo a uccidere il nostro obiettivo davanti all'Annunciazione di Leonardo?»

Proprio in quel momento la porta si aprì, allarmate le quattro scimmiette si acquattarono rendendosi quasi invisibili. Un ombra si allungò all’esterno mostrando stagliata sul pavimento di pietra la siluette di una testa incorniciata tra due orecchi grandi come parabole satellitari.

«Dina!» gridarono tutti assieme.

Appena la scimmietta mise fuori la sua testolina da elefantino, i fratelli la circondarono.

«Come hai fatto a entrare?» domandò Rino.

«Dov’è Brown?» la incalzò Tino.

«Hai visto la Primavera?» la sondò Lina.

«Perdindirin Dina, mi hai fatto perdere l’ultima mano!» la offese Pino.

«Non lo so, mi spiace, sì, dal cesso», mescolò Dina.

«Accidenti! Brown dev’essere uscito dal corridoio Vasariano, chissà dove sarà adesso».

Nel gruppo mandato a caccia del noto romanziere americano, Lina era la più erudita. Non c’era libro che non avesse letto, quadro che non avesse visto, miasma che non avesse annusato. Una volta avevano tentato di ingannarla spacciando alcuni versi di una canzone di Eminem per un brano della Bibbia, ma lei aveva scoperto tutto all’istante: «Troppo incruenti e casti per essere veri». La sua passione nascosta erano le lingue morte, a volte passava ore e ore a meditarci sopra, molte altre invece le mangiava subito con l’insalata. Il gruppo “Brown” dipendeva da lei, oltre che per la conoscenza dei testi scritti dal romanziere, anche per la sua innata propensione alla guida: la Mamma si fidava così tanto di Lina che spesso le faceva condurre la sua auto, persino fuori dal garage.

«Niente botto, ho capito».

Rino era l’esperto di esplosivi, cucina cinese e fisica nucleare. Non c’era ordigno che non sapesse maneggiare o costruire. La sua specialità assoluta era la bomba H nell’involtino primavera, ma anche nella costruzione delle centrali a fissione fredda se la cavava bene, soprattutto quando ci riusciva fuori dal frigorifero di casa.

«Bene, allora adesso faccio crollare la borsa di New York».

Le capacità informatiche di Pino erano praticamente illimitate. I bit, i byte e i night non avevano segreti per lui. La rete tra tutti i super computer mondiali, che era riuscito a connettere di nascosto, gli permetteva possibilità di calcolo inimmaginabili. Era stato lui a scoprire che Dan Brown quella notte si sarebbe trovato all’interno degli Uffizi per assistere nella sala numero quindici, invitato da un discendente di Leonardo, a una cerimonia esoterica della Fratellanza Aramaica delle Volontà Evolute, le famose FAVE. Un’altra caratteristica di Pino era il camaleontismo. Grazie a una particolare conformazione genetica, la scimmietta poteva trasformarsi in chiunque volesse senza problemi, dal lombrico al presidente del consiglio, non c’era essere che non potesse riprodurre e sostituire. Proprio nei panni del premier… beh, avrete di certo sentito parlare delle notti con decine di giovani donne... ecco, diciamo che Pino ha dato più di uno spunto affinché si creasse il mito.

«Voglio vedere la Gioconda».

Tino non aveva particolari doti, ma faceva parte del gruppo per equilibrare l’aggressività troppo spiccata di tutti gli altri. Era davvero sensibile, sapeva cantare come un usignolo e amava i fiori, le farfalle e i bambini, soprattutto se cotti bene. Ogni nuovo oggetto, luogo, essere vivente, parola, rutto, erano per lui una scoperta affascinante a cui abbandonarsi senza riserve né droghe. La Mamma gli voleva un monte di bene anche perché appena nato, nella cucciolata del 30 aprile 2011 – il giorno di varo del progetto KYW – le sue prime parole erano state: «moccia cacca».

«E ora?»

Al di là dei padiglioni auricolari e del QI elevato, caratteristico della sua specie, Dina stentava in deduzione. Le sue qualità erano soprattutto fisiche e il cervello le serviva essenzialmente per coordinare i movimenti. Saltava così alto che una volta dovettero andare a riprenderla sul Cervino, dove la rintracciarono mentre chiedeva la strada di casa a uno stambecco. Nonostante i numerosi artefici adottati, ancora nessuno era riuscito a cronometrarla sui cento metri: correva talmente veloce che il suo tragitto tra la partenza e l’arrivo era dimostrabile solo con la fisica quantistica.

«E ora?» ripeterono tutti in coro, rivolti a Lina.

«Aspettiamo che il museo apra per comprare la gigantografia e non facciamo saltare in aria niente. Ah, la Gioconda non è qui. Mi pare tutto», concluse la scimmietta guida, «ora: chi vuol fare a gara di sputi con me?»

(continua)

martedì, 13 marzo 2012

La mafia non esiste, Topolino sì

Cronaca - Il pg di Cassazione Iacoviello: "Il concorso esterno in associazione mafiosa è un reato indefinito al quale ormai non crede più nessuno. E ora scusatemi ma devo andare, ho un processo a Topolinia." - Nati a Modena, ma rinchiusi nel Cie. Giovanardi: "I due ragazzi non vanno liberati, si inizia da due così e in un attimo si finisce tutti gay, io lo so."

Esteri - Nigeria, D'Alema attacca: "Blitz irragionevole, GB chiarisca: chi sarà il loro commissario tecnico agli europei di calcio?"

Interni - Cota: "Il Tav si farà nei tempi prestabiliti, che giorno è oggi? Martedì? Bene, vedrete che entro domenica sarà tutto a posto." - Reintegro al Tg1, giudice del lavoro boccia il ricorso d'urgenza di Minzolini. Ora gli toccherà lavorare per davvero. - Crolla la spesa delle famiglie: "L'Italia è tornata a 30 anni fa". La benzina no. - Lapo Elkann fermo in autostrada con la sua Ferrari mimetica, probabilmente senza benzina. Gli avevano detto che bastava una pompa ogni tanto, Patrizia conferma.

Sport - Calcio, addio alla tessera del tifoso, si trasforma in una "Fidelity card". Già pronti i ricorsi di Coop ed Esselunga. - Clericus Cup senza patrocinio vaticano: "Tifo troppo sfrenato sugli spalti", soprattutto per i cori "Faccelo vedè, faccelo toccà". - Juventus, Agnelli attacca: "Lotteremo contro tutto e tutti, basta che gli arbitri e i guardalinee tornino a giocare con noi, come ai vecchi tempi."

martedì, 31 gennaio 2012

Knife nr. 3

Scaricate e leggete questa bella rivista, appena potete andate a pagina 43... buona lettura! link

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lunedì, 30 gennaio 2012

Ma che strano sogno

ACCORRETE!

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12:25 Scritto da: luk4.p in Teatro | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook